27 febbraio 2012
Moderati a bastonate
Dal Manifesto del 27 2 2012 a firma di Alessandro Robecchi
Sergio Marchionne ci spiegherà che essere moderati aiuta. Per esempio aiuta a lavorare alla Fiat di Pomigliano. Come fare? Semplice: promettendo investimenti in cambio di un accordo. Poi, firmato l'accordo, fare il gesto dell'ombrello e scordarsi di aver mai pronunciato la frase «venti miliardi di investimenti». In presenza di sindacati moderati particolarmente ottusi che se ne scordano anche loro, il gioco può essere ripetuto. O si esporta in Usa o si chiudono due fabbriche. Funziona. Davanti a un cazzotto in faccia, infatti, l'estremista pensa: «Ehi, perché mi picchi?», mentre il moderato pensa «Beh, poteva andar peggio, poteva spezzarmi una gamba».
Elsa Fornero, ministro del lavoro, sa che la maggior parte dei lavoratori sono licenziabili anche per motivi discriminatori, mentre alcuni no perché protetti dall'articolo 18. Estenderlo a tutti, dunque? Siete pazzi? Un vero moderato dirà: prima leviamolo a tutti (fase uno) e poi diamo degli ammortizzatori sociali (fase due). Quando si scoprirà che per la fase due non ci sono soldi, i moderati che ci sono cascati dovrebbero spararsi in un piede, ma non lo faranno, perché essi detestano i gesti estremi. È un altro pregio dei moderati: sparano sempre a qualcun altro.
Mario Monti ci parlerà invece della moderazione per sottrazione. Avendo in programma di comprare 131 cacciabombardieri, avrebbe potuto dire «Annulliamo l'ordine». Ma l'estremismo non paga, amici, e così ha deciso che ne compreremo «soltanto» 90. Quando i soliti fastidiosi estremisti chiederanno: «Che cosa cazzo ce ne facciamo esattamente di 90 bombardieri?», i moderati potranno soavemente rispondere: «Ma non siete mai contenti!».
Grazie. Il nostro corso finisce qui. La retta? Tranquilli, avete già pagato.
Gentili signori. Grazie per esservi iscritti
al nostro corso «Diventa moderato in tre lezioni e, se serve, a
bastonate». Lasciate che vi presenti i tre relatori e le linee guida
del loro pensiero.
Sergio Marchionne ci spiegherà che essere moderati aiuta. Per esempio aiuta a lavorare alla Fiat di Pomigliano. Come fare? Semplice: promettendo investimenti in cambio di un accordo. Poi, firmato l'accordo, fare il gesto dell'ombrello e scordarsi di aver mai pronunciato la frase «venti miliardi di investimenti». In presenza di sindacati moderati particolarmente ottusi che se ne scordano anche loro, il gioco può essere ripetuto. O si esporta in Usa o si chiudono due fabbriche. Funziona. Davanti a un cazzotto in faccia, infatti, l'estremista pensa: «Ehi, perché mi picchi?», mentre il moderato pensa «Beh, poteva andar peggio, poteva spezzarmi una gamba».
Elsa Fornero, ministro del lavoro, sa che la maggior parte dei lavoratori sono licenziabili anche per motivi discriminatori, mentre alcuni no perché protetti dall'articolo 18. Estenderlo a tutti, dunque? Siete pazzi? Un vero moderato dirà: prima leviamolo a tutti (fase uno) e poi diamo degli ammortizzatori sociali (fase due). Quando si scoprirà che per la fase due non ci sono soldi, i moderati che ci sono cascati dovrebbero spararsi in un piede, ma non lo faranno, perché essi detestano i gesti estremi. È un altro pregio dei moderati: sparano sempre a qualcun altro.
Mario Monti ci parlerà invece della moderazione per sottrazione. Avendo in programma di comprare 131 cacciabombardieri, avrebbe potuto dire «Annulliamo l'ordine». Ma l'estremismo non paga, amici, e così ha deciso che ne compreremo «soltanto» 90. Quando i soliti fastidiosi estremisti chiederanno: «Che cosa cazzo ce ne facciamo esattamente di 90 bombardieri?», i moderati potranno soavemente rispondere: «Ma non siete mai contenti!».
Grazie. Il nostro corso finisce qui. La retta? Tranquilli, avete già pagato.
30 novembre 2011
due italiani su tre hanno difficoltà nel comprendere quel che leggono
In Italia non siamo
all’emergenza analfabetismo, ma è un dato di fatto che due persone su tre non
sono ancora in grado di comprendere con pienezza il significato di un testo di
media difficoltà. A ricordarlo, durante un convegno a Firenze
dal titolo 'Leggere e sapere: la scuola degli italiani', è statoTullio De
Mauro, linguista ed ex ministro dell’Istruzione,.
Il quadro statistico appare
veramente deludente. “Il 71% della popolazione - ha ricordato De Mauro
- si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo
scritto in italiano di media difficoltà. Il 5% non è neppure in grado di
decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce decifrare solo
testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di
regressione nell'analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo
livello. Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e
risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni
complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ce lo dicono due recenti
indagini internazionali, ma qui da noi nessuno sembra voler sentire”.
L’allarme e la forte preoccupazione espresse da Tullio De Mauro investono direttamente il nuovo Governo Monti, “che al momento sembra aver dimenticato l’istruzione”, afferma il linguista dell’Università La Sapienza di Roma, già Ministro della pubblica istruzione. “Il presidente del Consiglio, nel suo discorso, ha parlato velocemente di rialzare il livello della formazione dei lavoratori”. Un ammonimento, quello di De Mauro, che non chiude alla speranza: “Giolitti non parlava mai di istruzione, ma fece cose importanti. Non occorre parlare tanto, basta fare”.
Ma quali fattori possono aver condotto verso un quadro generale, secondo cui solo il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale? Per gli esperti, i dati illustrati da De Mauro, discenderebbero da un indebolimento strutturale della nostra società, dopo la fase storica, tra anni Cinquanta e anni Ottanta-Novanta. E non basta dire che “il livello di scolarità è cresciuto fino ad una media di dodici anni di scuola per ogni cittadino, contro i tre anni a testa, in media, del ’51”. La situazione è davvero grave, ha osservato De Mauro, “più grave ancora è che nessuno se ne stia occupando e affronti la questione seriamente, se non un gruppo di stimabili economisti, appunto, tra i quali il nuovo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Eppure i fatti sono lì e lì rimangono”. E non deve ingannare l’attuale scolarizzazione di massa, già ravvisabile a livello di scuola dell’infanzia: malgrado il fenomeno, almeno in Italia, non abbia precedenti, De Mauro è convinto che esista il pericolo concreto di una “regressione alfanumerica dilagante tra le persone di età adulta: come rilevato da alcuni economisti – ha detto il linguista - è da collegare con il ristagno economico italiano”. Viene da chiedersi cosa accadrà ora, con la crisi che rischia fortemente di allargarsi a macchia d’olio, colpendo anche i Paesi del vecchio Continente che fino a qualche tempo fa tutti reputavano invulnerabili.
L’allarme e la forte preoccupazione espresse da Tullio De Mauro investono direttamente il nuovo Governo Monti, “che al momento sembra aver dimenticato l’istruzione”, afferma il linguista dell’Università La Sapienza di Roma, già Ministro della pubblica istruzione. “Il presidente del Consiglio, nel suo discorso, ha parlato velocemente di rialzare il livello della formazione dei lavoratori”. Un ammonimento, quello di De Mauro, che non chiude alla speranza: “Giolitti non parlava mai di istruzione, ma fece cose importanti. Non occorre parlare tanto, basta fare”.
Ma quali fattori possono aver condotto verso un quadro generale, secondo cui solo il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale? Per gli esperti, i dati illustrati da De Mauro, discenderebbero da un indebolimento strutturale della nostra società, dopo la fase storica, tra anni Cinquanta e anni Ottanta-Novanta. E non basta dire che “il livello di scolarità è cresciuto fino ad una media di dodici anni di scuola per ogni cittadino, contro i tre anni a testa, in media, del ’51”. La situazione è davvero grave, ha osservato De Mauro, “più grave ancora è che nessuno se ne stia occupando e affronti la questione seriamente, se non un gruppo di stimabili economisti, appunto, tra i quali il nuovo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Eppure i fatti sono lì e lì rimangono”. E non deve ingannare l’attuale scolarizzazione di massa, già ravvisabile a livello di scuola dell’infanzia: malgrado il fenomeno, almeno in Italia, non abbia precedenti, De Mauro è convinto che esista il pericolo concreto di una “regressione alfanumerica dilagante tra le persone di età adulta: come rilevato da alcuni economisti – ha detto il linguista - è da collegare con il ristagno economico italiano”. Viene da chiedersi cosa accadrà ora, con la crisi che rischia fortemente di allargarsi a macchia d’olio, colpendo anche i Paesi del vecchio Continente che fino a qualche tempo fa tutti reputavano invulnerabili.
di A.G.
29/11/2011 da Tecnica della scuola
29 giugno 2011
Il Dilemma del debito
Moody's minaccia di ridurre il rating delle maggiori banche italiane e forse anche quello del debito sovrano
del nostro Paese. Si prospetta all' orizzonte una nuova crisi europea con l'Italia - non la Spagna, il Portogallo o l'Irlanda - al centro del tifone finanziario? Sembrerebbe di sì a giudicare dal crollo delle quotazioni delle banche di venerdì scorso.
Una lettura attenta dei motivi che hanno spinto Moody' s a prendere questa decisione ci dice che la nostra economià è un malato terminale e che per anni il governo ci ha raccontato una favola: non è infatti vero che non potremmo finire come la Grecia. Il debito è ingestibile! Prima che ciò avvenga sarebbe bene fare chiarezza e preparare un piano strategico. Ed allora perché non usare le esperienze di altri Paesi per formularlo?
La Grecia e anche noi dovremmo guardare a quelle nazioni che hanno scelto la strada della bancarotta volontaria e che l'hanno percorsa in modo razionale, ad esempio l'Islanda. Questa settimana l'Islanda è ricomparsa sui mercati internazionali dei capitali con un'emissione che ha piazzato senza problemi a un tasso d'interesse appena superiore al 3%, più basso di quello che i mercati oggi chiedono a noi.
Lo stesso ragionamento vale per il Dubai, tornato sui mercati dei capitali pochi mesi fa dopo una ristrutturazione del debito volontaria, avvenuta con la garanzia del ricco Abu Dahbi.
L'Argentina, invece, che per tre anni ha dato retta al Fondo monetario internazionale e ha seguito un percorso simile a quello della Grecia, alla fine è precipitata nella bancarotta disordinata. Dopo dieci anni non ha ancora finito di restituire il debito ed è ancora esclusa dai mercati dei capitali.
Onorare il debito, per Islanda, Dubai e Argentina era una mission impossible, perché le dimensioni erano enormi. Le prime due l'hanno accettato, la seconda ha tentato l'impossibile: non è forse quello che tutti pensano della Grecia, il cui rating è 'ormai sotto il cosidetto debito "spazzatura"? E non è quello che Moody's sta dicendo anche a noi?
All'inizio del 2008 il debito islandese era mille volte il PiI. Ma il vero problema erano gli interessi che succhiavano risorse alla ripresa dell'economia.
Nei tre anni in cui l'Argentina cercò di onorare il debito, l'economia si contrasse dell'8,4% con successiva diminuzione del gettito fiscale e inevitabile aumento della percentuale del debito rispetto al PiI. Un circolo vizioso. Proprio quello che è successo in Grecia negli ultimi dodiçi mesi dove a detta del Fmi dal 2008 l'economia si è contratta del 9,3%.
Quando finalmente l'Argentina gettò la spugna, successe il finimondo: nel 2002 il Pil perse 1'11 %. Ma l'anno dopo ricominciò a crescere e secondo gli ultimi dati pubblicati dal Fondo monetario, dal 2003 lo ha fatto con un tasso medio del 7.4%. La catastrofe economica ebbe altri effetti benefici: spazzò via la vecchia classe politica che aveva messo il Paese nelle mani dei banchieri e dell'alta finanza internazionale e la sostituì con un governo che si impegnò a ricostruire il Paese per gli argentini, non per gli speculatori e le elite locali.
In Islanda avvenne la stessa cosa e la popolazione votò una nuova coalizione guidata da una manciata di donne che introdussero riforme radicali. Divisero le banche deficitarie in due sezioni: quella straniera, dove confluirono i debiti degli investitori esteri, e quella nazionale con i soldi degli islandesi. Il governo garantì solo quest'ultima e ristrutturò i debiti della prima. Il sistema bancario si ridusse dell' 80%, ma l'economia non venne privata del contante necessario per riprendere a crescere
La sventura della Grecia è l'euro e, ahimé, è la stessa dell'Italia. L'aver abusato i vantaggi della moneta unica ci ha portati sull' orlo del baratro. Per difendere questa valuta Bruxelles è disposta a sacrificare l'intera popolazione greca e se necessario anche quella italiana.
Secondo il Fmi le previsioni per la Grecia sono di una crescita anemica, perché dal 2011 un quarto del Pil servirà a pagare gli interessi sul debito. Argentina e Islanda invece posticiparono questi pagamenti e usarono tutte le proprie risorse per far ripartire l'economia. Con alle spalle dieci anni di crescita anemica, anche noi finiremmo per lavorare solo per pagare l'interesse sui debiti che una classe politica scellerata ha accumulato.
L'euro è una camicia di forza che sta strangolando la Grecia e le impedisce di svalutare la moneta, come fece l'Argentina e l'Islanda. Questa è una verità che ormai tutti conoscono ma nessuno ammette. Perché? Se la Grecia uscisse dall'Euro, lo stesso potrebbero fare anche Portogallo, Irlanda e forse anche Spagna e Italia, nazioni che troverebbero nella svalutazione l'ossigeno necessario per ricominciare a crescere. Ma se l'euro dovesse spaccarsi, chi lo manterrebbe? Le economie più solide come Germania e Olanda si troverebbero in mano una moneta diversa, molto forte, con tendenze alla rivalutazione. Ne soffrirebbero le esportazioni tedesche e francesi all'interno della Ue ma anche nel resto del mondo, poiché il nuovo euro nel medio periodo si rivaluterebbe rispetto a dollaro e yen.
La popolazione greca ha dunque ragione a voler cacciare da casa propria gli stranieri provenienti da Washington e Bruxelles, a rifiutare di pagare gli errori di politici corrotti, incompetenti e assetati di potere.
Possibile che Moody's stia dicendo a noi italiani la stessa cosa? Una domanda su cui riflettere
Loretta Napoleoni
Economista
L'Unità martedì 28 giugno 2011
Moody's minaccia di ridurre il rating delle maggiori banche italiane e forse anche quello del debito sovrano
del nostro Paese. Si prospetta all' orizzonte una nuova crisi europea con l'Italia - non la Spagna, il Portogallo o l'Irlanda - al centro del tifone finanziario? Sembrerebbe di sì a giudicare dal crollo delle quotazioni delle banche di venerdì scorso.
Una lettura attenta dei motivi che hanno spinto Moody' s a prendere questa decisione ci dice che la nostra economià è un malato terminale e che per anni il governo ci ha raccontato una favola: non è infatti vero che non potremmo finire come la Grecia. Il debito è ingestibile! Prima che ciò avvenga sarebbe bene fare chiarezza e preparare un piano strategico. Ed allora perché non usare le esperienze di altri Paesi per formularlo?
La Grecia e anche noi dovremmo guardare a quelle nazioni che hanno scelto la strada della bancarotta volontaria e che l'hanno percorsa in modo razionale, ad esempio l'Islanda. Questa settimana l'Islanda è ricomparsa sui mercati internazionali dei capitali con un'emissione che ha piazzato senza problemi a un tasso d'interesse appena superiore al 3%, più basso di quello che i mercati oggi chiedono a noi.
Lo stesso ragionamento vale per il Dubai, tornato sui mercati dei capitali pochi mesi fa dopo una ristrutturazione del debito volontaria, avvenuta con la garanzia del ricco Abu Dahbi.
L'Argentina, invece, che per tre anni ha dato retta al Fondo monetario internazionale e ha seguito un percorso simile a quello della Grecia, alla fine è precipitata nella bancarotta disordinata. Dopo dieci anni non ha ancora finito di restituire il debito ed è ancora esclusa dai mercati dei capitali.
Onorare il debito, per Islanda, Dubai e Argentina era una mission impossible, perché le dimensioni erano enormi. Le prime due l'hanno accettato, la seconda ha tentato l'impossibile: non è forse quello che tutti pensano della Grecia, il cui rating è 'ormai sotto il cosidetto debito "spazzatura"? E non è quello che Moody's sta dicendo anche a noi?
All'inizio del 2008 il debito islandese era mille volte il PiI. Ma il vero problema erano gli interessi che succhiavano risorse alla ripresa dell'economia.
Nei tre anni in cui l'Argentina cercò di onorare il debito, l'economia si contrasse dell'8,4% con successiva diminuzione del gettito fiscale e inevitabile aumento della percentuale del debito rispetto al PiI. Un circolo vizioso. Proprio quello che è successo in Grecia negli ultimi dodiçi mesi dove a detta del Fmi dal 2008 l'economia si è contratta del 9,3%.
Quando finalmente l'Argentina gettò la spugna, successe il finimondo: nel 2002 il Pil perse 1'11 %. Ma l'anno dopo ricominciò a crescere e secondo gli ultimi dati pubblicati dal Fondo monetario, dal 2003 lo ha fatto con un tasso medio del 7.4%. La catastrofe economica ebbe altri effetti benefici: spazzò via la vecchia classe politica che aveva messo il Paese nelle mani dei banchieri e dell'alta finanza internazionale e la sostituì con un governo che si impegnò a ricostruire il Paese per gli argentini, non per gli speculatori e le elite locali.
In Islanda avvenne la stessa cosa e la popolazione votò una nuova coalizione guidata da una manciata di donne che introdussero riforme radicali. Divisero le banche deficitarie in due sezioni: quella straniera, dove confluirono i debiti degli investitori esteri, e quella nazionale con i soldi degli islandesi. Il governo garantì solo quest'ultima e ristrutturò i debiti della prima. Il sistema bancario si ridusse dell' 80%, ma l'economia non venne privata del contante necessario per riprendere a crescere
La sventura della Grecia è l'euro e, ahimé, è la stessa dell'Italia. L'aver abusato i vantaggi della moneta unica ci ha portati sull' orlo del baratro. Per difendere questa valuta Bruxelles è disposta a sacrificare l'intera popolazione greca e se necessario anche quella italiana.
Secondo il Fmi le previsioni per la Grecia sono di una crescita anemica, perché dal 2011 un quarto del Pil servirà a pagare gli interessi sul debito. Argentina e Islanda invece posticiparono questi pagamenti e usarono tutte le proprie risorse per far ripartire l'economia. Con alle spalle dieci anni di crescita anemica, anche noi finiremmo per lavorare solo per pagare l'interesse sui debiti che una classe politica scellerata ha accumulato.
L'euro è una camicia di forza che sta strangolando la Grecia e le impedisce di svalutare la moneta, come fece l'Argentina e l'Islanda. Questa è una verità che ormai tutti conoscono ma nessuno ammette. Perché? Se la Grecia uscisse dall'Euro, lo stesso potrebbero fare anche Portogallo, Irlanda e forse anche Spagna e Italia, nazioni che troverebbero nella svalutazione l'ossigeno necessario per ricominciare a crescere. Ma se l'euro dovesse spaccarsi, chi lo manterrebbe? Le economie più solide come Germania e Olanda si troverebbero in mano una moneta diversa, molto forte, con tendenze alla rivalutazione. Ne soffrirebbero le esportazioni tedesche e francesi all'interno della Ue ma anche nel resto del mondo, poiché il nuovo euro nel medio periodo si rivaluterebbe rispetto a dollaro e yen.
La popolazione greca ha dunque ragione a voler cacciare da casa propria gli stranieri provenienti da Washington e Bruxelles, a rifiutare di pagare gli errori di politici corrotti, incompetenti e assetati di potere.
Possibile che Moody's stia dicendo a noi italiani la stessa cosa? Una domanda su cui riflettere
Loretta Napoleoni
Economista
L'Unità martedì 28 giugno 2011
13 marzo 2011
Chicco Testa, l’autogol di un neo-nuclearista
Chicco Testa come Pablo Picasso. Prima c’è stato il periodo verde di Legambiente, adesso quello grigio in veste di nuclearista convinto. Chi fosse rimasto lontano dall’Italia per venticinque anni, vedendoselo davanti venerdì sera in un dibattito sul nucleare si sarebbe aspettato un paladino della lotta all’atomo. E invece no, Testa era ospite di La7 come ambasciatore del nucleare: “Gli impianti hanno dimostrato di tenere botta, chi trae spunto dalla tragedia del Giappone per dare vita a una polemica politica è uno sciacallo. Vedremo nei prossimi giorni, ma sono fiducioso”, taglia corto Testa. Dopo una manciata di ore ecco l’esplosione a Fukushima.
È lo stesso Testa che nel 1987, al termine della vincente campagna referendaria anti-nucleare da lui guidata, aveva dichiarato: “Il risultato è di grandissimo interesse politico. La battaglia è stata dura per i grossi interessi in campo”. I maligni notano che una sola cosa è rimasta immutata nelle due dichiarazioni: il tono perentorio, che non ammette repliche.
Già, Testa non ama essere contraddetto, come quando le telecamere della Rai registrarono un simpatico fuori onda. Il geologo Mario Tozzi osò insinuare che qualcuno forse con il ritorno del nucleare in Italia si riempiva le tasche. Testa sibilò: “Non ti permettere di dire che io guadagno dei soldi perché ti spacco la faccia, è chiaro?”.
Chissà come ha reagito ieri Testa ai messaggi, non esattamente amichevoli, che dopo l’intervento televisivo gli sono piovuti sui suoi blog. I vecchi compagni di battaglie e i nemici del nucleare non gli perdonano la svolta a “u” dopo gli esordi ambientalisti.
Era il periodo verde, quello. Testa ne ha attraversati parecchi: dopo gli inizi nel Pci, il periodo rosso – pure se Chicco giocò sempre da fantasista sfidando l’ortodossia del partito – arrivò il periodo che si potrebbe definire rosa, con l’elezione in Parlamento con Pci e Pds.
Poi il grande salto: nonostante qualcuno gli rimproverasse la laurea in filosofia – in fondo ce l’ha anche Sergio Marchionne – e l’inglese scolastico, Testa diventa manager. Il suo pigmalione è Francesco Rutelli, compagno di tennis: il neo sindaco di Roma mette Testa alla guida dell’Acea che gestisce il gas e l’acqua nella Capitale. Nel 1996 il centrosinistra di Romano Prodi conquista il Governo e Chicco Testa va alla presidenza dell’Enel (voluto, si disse, da Massimo D’Alema). Un ambientalista alla guida di un colosso dell’energia, una scelta che fece storcere qualche naso, ma suscitò speranze. Testa restò per due mandati, accompagnato da qualche polemica sul suo stipendio (nel 2000 dichiarò un reddito di 1,8 miliardi di lire).
Poi arriva Berlusconi e Testa salta. Ed ecco che l’ambientalista-manager di origine bergamasca deve reinventarsi. Ma Testa, oltre alle indubbie capacità, ha molti amici nella politica e nei salotti, come riportano le cronache mondane. Così si butta nel business ambientale con Franco Bernabè. Nel frattempo Walter Veltroni gli offre la guida della Sta (società dei parcheggi) e poi di Metroroma.
Le visure della Camera di Commercio su Chicco Testa riempirebbero un libro: le cariche nei consigli di amministrazione, tra attive e cessate, sono 57. Si va da Rotschild ad Allianz, dal Lloyd Adriatico alla Riello, passando per la Sogin (che cura lo smantellamento delle centrali nucleari).
Non mancano imprese nel settore delle energie alternative fino alla Calabria e squadre di pallavolo. Per finire con una società agricola in compagnia di Franco Bassanini, che gestisce una tenuta vicino a Capalbio. Si chiama “La Capriola”, nome forse voluto da Testa.
Nel curriculum su Facebook, Testa si definisce Managing director di Rotschild. Un’avventura importante, sempre con Bernabè, dove Testa può far valere le sue competenze e anche la conoscenza del mondo politico.
Nel luglio 2010 eccolo assumere le inediti vesti di presidente del Forum Nucleare Italiano, organizzazione non a scopo di lucro che dovrebbe contribuire al dibattito sul nucleare.
A gennaio parte una campagna informativa sull’energia atomica che si definisce “obiettiva” anche se a finanziare il Forum sono Alstom, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, Eon, Edf, Edison, Enel, Federprogetti, Gdf Suez, Sogin, Stratinvest Ru, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Westinghouse. Tante industrie interessate al nucleare.
Questo gli antichi compagni non perdonano a Testa, che oggi si definisce “apolide di sinistra”. Ma lui è tranquillo: il suo proverbio preferito, ricorda su Facebook, è “perdona agli altri quello che riesci a perdonare a te stesso”.
di Ferruccio Sansa
da Il fatto quotidiano del 13 marzo 2011
È lo stesso Testa che nel 1987, al termine della vincente campagna referendaria anti-nucleare da lui guidata, aveva dichiarato: “Il risultato è di grandissimo interesse politico. La battaglia è stata dura per i grossi interessi in campo”. I maligni notano che una sola cosa è rimasta immutata nelle due dichiarazioni: il tono perentorio, che non ammette repliche.
Già, Testa non ama essere contraddetto, come quando le telecamere della Rai registrarono un simpatico fuori onda. Il geologo Mario Tozzi osò insinuare che qualcuno forse con il ritorno del nucleare in Italia si riempiva le tasche. Testa sibilò: “Non ti permettere di dire che io guadagno dei soldi perché ti spacco la faccia, è chiaro?”.
Chissà come ha reagito ieri Testa ai messaggi, non esattamente amichevoli, che dopo l’intervento televisivo gli sono piovuti sui suoi blog. I vecchi compagni di battaglie e i nemici del nucleare non gli perdonano la svolta a “u” dopo gli esordi ambientalisti.
Era il periodo verde, quello. Testa ne ha attraversati parecchi: dopo gli inizi nel Pci, il periodo rosso – pure se Chicco giocò sempre da fantasista sfidando l’ortodossia del partito – arrivò il periodo che si potrebbe definire rosa, con l’elezione in Parlamento con Pci e Pds.
Poi il grande salto: nonostante qualcuno gli rimproverasse la laurea in filosofia – in fondo ce l’ha anche Sergio Marchionne – e l’inglese scolastico, Testa diventa manager. Il suo pigmalione è Francesco Rutelli, compagno di tennis: il neo sindaco di Roma mette Testa alla guida dell’Acea che gestisce il gas e l’acqua nella Capitale. Nel 1996 il centrosinistra di Romano Prodi conquista il Governo e Chicco Testa va alla presidenza dell’Enel (voluto, si disse, da Massimo D’Alema). Un ambientalista alla guida di un colosso dell’energia, una scelta che fece storcere qualche naso, ma suscitò speranze. Testa restò per due mandati, accompagnato da qualche polemica sul suo stipendio (nel 2000 dichiarò un reddito di 1,8 miliardi di lire).
Poi arriva Berlusconi e Testa salta. Ed ecco che l’ambientalista-manager di origine bergamasca deve reinventarsi. Ma Testa, oltre alle indubbie capacità, ha molti amici nella politica e nei salotti, come riportano le cronache mondane. Così si butta nel business ambientale con Franco Bernabè. Nel frattempo Walter Veltroni gli offre la guida della Sta (società dei parcheggi) e poi di Metroroma.
Le visure della Camera di Commercio su Chicco Testa riempirebbero un libro: le cariche nei consigli di amministrazione, tra attive e cessate, sono 57. Si va da Rotschild ad Allianz, dal Lloyd Adriatico alla Riello, passando per la Sogin (che cura lo smantellamento delle centrali nucleari).
Non mancano imprese nel settore delle energie alternative fino alla Calabria e squadre di pallavolo. Per finire con una società agricola in compagnia di Franco Bassanini, che gestisce una tenuta vicino a Capalbio. Si chiama “La Capriola”, nome forse voluto da Testa.
Nel curriculum su Facebook, Testa si definisce Managing director di Rotschild. Un’avventura importante, sempre con Bernabè, dove Testa può far valere le sue competenze e anche la conoscenza del mondo politico.
Nel luglio 2010 eccolo assumere le inediti vesti di presidente del Forum Nucleare Italiano, organizzazione non a scopo di lucro che dovrebbe contribuire al dibattito sul nucleare.
A gennaio parte una campagna informativa sull’energia atomica che si definisce “obiettiva” anche se a finanziare il Forum sono Alstom, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, Eon, Edf, Edison, Enel, Federprogetti, Gdf Suez, Sogin, Stratinvest Ru, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Westinghouse. Tante industrie interessate al nucleare.
Questo gli antichi compagni non perdonano a Testa, che oggi si definisce “apolide di sinistra”. Ma lui è tranquillo: il suo proverbio preferito, ricorda su Facebook, è “perdona agli altri quello che riesci a perdonare a te stesso”.
di Ferruccio Sansa
da Il fatto quotidiano del 13 marzo 2011
Francia-Italia, a chi conviene il nucleare di terza generazione
Giappone e Italia. Il primo, una delle potenze nucleari civili a livello mondiale. L’Italia, invece, senza atomo. Una differenza importante alla luce di quanto avvenuto a Fukushima. Ma nelle previsioni di Silvio Berlusconi le cose dovrebbero cambiare. Sì, il ritorno al nucleare con la collaborazione tecnologica della Francia: non se ne parla quasi più, ma l’argomento resta d’attualità.
Di sicuro a Parigi non se lo sono dimenticato. Soprattutto negli uffici di Edf (Electricité de France), il colosso energetico pubblico, leader mondiale nella gestione di reattori e ormai sempre più forte anche nella concezione e costruzione delle centrali (assieme ad Areva, altro gruppo controllato dallo Stato francese).
Nel febbraio 2009 Italia e Francia, ovvero Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy, conclusero un accordo intergovernativo corredato da due memorandum of understanding sottoscritti da Edf e Enel, tutti con l’obiettivo di accrescere la cooperazione nel settore. Nel concreto si prevede la costruzione di quattro reattori sul suolo italico del tipo Epr, quelli di terza generazione (l’ultima), tanto potenti quanto costosi. Edf ne sta già costruendo uno (con ritardi e difficoltà) a Flamanville, in Normandia. E Areva un altro in Finlandia, che dovrebbe diventare il primo esemplare di Epr funzionante nel mondo. Ma il cantiere va avanti con difficoltà ancora maggiori rispetto a Flamanville, a colpi di ritocchi verso l’alto del budget.
Ritorniamo all’Italia. Nonostante queste premesse (e nonostante svariati dubbi sulla sicurezza di queste «Ferrari» dell’atomo civile) Silvio e Nicolas hanno deciso che la sismica Italia non poteva fare a meno del nucleare. I francesi spingono tanto più dopo aver perso nel dicembre 2009 una preziosa commessa per la costruzione di quattro reattori negli Emirati arabi uniti a vantaggio di un consorzio sudcoreano che proponeva tecnologie forse meno sofisticate ma a un terzo in meno del prezzo proposto da Edf e dai colleghi francesi.
Il primo reattore italiano dovrebbe diventare operativo nel 2020, dotato di una capacità di 1600 megawatt, la stessa prevista per ognuno degli altri tre, che saranno costruiti a ruota. Questo, ovviamente, sulla carta, perché nel frattempo a Roma, coma al solito, si è perso tempo, soprattutto a causa della lunga parentesi del dicastero dello Sviluppo economico senza ministro, in seguito alle dimissioni di Claudio Scajola, che aveva fino a quel momento gestito il dossier. Poco prima che se ne andasse, un altro accordo collegato ai precedenti era stato concluso, fra Areva e Ansaldo (Finmeccanica), ancora di collaborazione nelle tecnologie nucleari. Senza contare le resistenze delle regioni, anche quelle governate dalla maggioranza di governo, che sul loro territorio non accetterebbero mai la costruzione di un impianto.
A Parigi, in ogni caso, il business è in testa alle priorità. Sempre più in difficoltà a vendere il suo Epr in giro per il mondo, Edf spera ancora che il dossier vada avanti e che si arrivi alla prevista joint venture paritetica con Enel per la progettazione e la costruzione dei quattro reattori. Ci punta in particolare Henri Proglio, che nel frattempo, alla fine del 2009, è diventato amministratore delegato del gruppo. Da una parte è un fedelissimo di Sarkozy, dall’altra è di origini italiane, con notevoli entrature nel potere romano. E’ lo stesso che vorrebbe prendere il pieno controllo di Edison, secondo gruppo italiano nel settore dell’elettricità, proprio dietro a Enel. Dalla metà degli anni Duemila Edf già detiene il 49,99% del capitale della società, per il resto nelle mani di A2A. Ora i francesi vorrebbero compiere il cosiddetto salto di qualità. Ma negli ultimi giorni Tremonti avrebbe messo il proprio veto a un accordo in questo senso, uno smacco niente male per Proglio.
Intanto, negli ultimi tempi, Edf ha avuto diversi problemi anche negli Usa e in Germania. E ha visto il suo utile netto crollare del 74% l’anno scorso. Ha perfino dovuto ammettere qualche problema di sicurezza in diversi dei 58 reattori gestiti in Francia. Rien ne va plus. La speranza è che almeno l’Italia dia le soddisfazioni sperate. Il terremoto nipponico, però, potrebbe avere qualche riflesso sul dibattito italiano sul nucleare, nonostante la certezza esibita.
di Alessandro Verani
Il fatto quotidiano 13 marzo 2011
Di sicuro a Parigi non se lo sono dimenticato. Soprattutto negli uffici di Edf (Electricité de France), il colosso energetico pubblico, leader mondiale nella gestione di reattori e ormai sempre più forte anche nella concezione e costruzione delle centrali (assieme ad Areva, altro gruppo controllato dallo Stato francese).
Nel febbraio 2009 Italia e Francia, ovvero Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy, conclusero un accordo intergovernativo corredato da due memorandum of understanding sottoscritti da Edf e Enel, tutti con l’obiettivo di accrescere la cooperazione nel settore. Nel concreto si prevede la costruzione di quattro reattori sul suolo italico del tipo Epr, quelli di terza generazione (l’ultima), tanto potenti quanto costosi. Edf ne sta già costruendo uno (con ritardi e difficoltà) a Flamanville, in Normandia. E Areva un altro in Finlandia, che dovrebbe diventare il primo esemplare di Epr funzionante nel mondo. Ma il cantiere va avanti con difficoltà ancora maggiori rispetto a Flamanville, a colpi di ritocchi verso l’alto del budget.
Ritorniamo all’Italia. Nonostante queste premesse (e nonostante svariati dubbi sulla sicurezza di queste «Ferrari» dell’atomo civile) Silvio e Nicolas hanno deciso che la sismica Italia non poteva fare a meno del nucleare. I francesi spingono tanto più dopo aver perso nel dicembre 2009 una preziosa commessa per la costruzione di quattro reattori negli Emirati arabi uniti a vantaggio di un consorzio sudcoreano che proponeva tecnologie forse meno sofisticate ma a un terzo in meno del prezzo proposto da Edf e dai colleghi francesi.
Il primo reattore italiano dovrebbe diventare operativo nel 2020, dotato di una capacità di 1600 megawatt, la stessa prevista per ognuno degli altri tre, che saranno costruiti a ruota. Questo, ovviamente, sulla carta, perché nel frattempo a Roma, coma al solito, si è perso tempo, soprattutto a causa della lunga parentesi del dicastero dello Sviluppo economico senza ministro, in seguito alle dimissioni di Claudio Scajola, che aveva fino a quel momento gestito il dossier. Poco prima che se ne andasse, un altro accordo collegato ai precedenti era stato concluso, fra Areva e Ansaldo (Finmeccanica), ancora di collaborazione nelle tecnologie nucleari. Senza contare le resistenze delle regioni, anche quelle governate dalla maggioranza di governo, che sul loro territorio non accetterebbero mai la costruzione di un impianto.
A Parigi, in ogni caso, il business è in testa alle priorità. Sempre più in difficoltà a vendere il suo Epr in giro per il mondo, Edf spera ancora che il dossier vada avanti e che si arrivi alla prevista joint venture paritetica con Enel per la progettazione e la costruzione dei quattro reattori. Ci punta in particolare Henri Proglio, che nel frattempo, alla fine del 2009, è diventato amministratore delegato del gruppo. Da una parte è un fedelissimo di Sarkozy, dall’altra è di origini italiane, con notevoli entrature nel potere romano. E’ lo stesso che vorrebbe prendere il pieno controllo di Edison, secondo gruppo italiano nel settore dell’elettricità, proprio dietro a Enel. Dalla metà degli anni Duemila Edf già detiene il 49,99% del capitale della società, per il resto nelle mani di A2A. Ora i francesi vorrebbero compiere il cosiddetto salto di qualità. Ma negli ultimi giorni Tremonti avrebbe messo il proprio veto a un accordo in questo senso, uno smacco niente male per Proglio.
Intanto, negli ultimi tempi, Edf ha avuto diversi problemi anche negli Usa e in Germania. E ha visto il suo utile netto crollare del 74% l’anno scorso. Ha perfino dovuto ammettere qualche problema di sicurezza in diversi dei 58 reattori gestiti in Francia. Rien ne va plus. La speranza è che almeno l’Italia dia le soddisfazioni sperate. Il terremoto nipponico, però, potrebbe avere qualche riflesso sul dibattito italiano sul nucleare, nonostante la certezza esibita.
di Alessandro Verani
Il fatto quotidiano 13 marzo 2011
12 aprile 2010
Bluff atomico
Bluff atomico
di Serge Enderlin
Ritardi, costi fuori controllo, errori di costruzione. Il nuovo reattore di Olkiluoto in Finlandia, doveva essere il fiore all’occhiello dell’industria nucleare europea. Ma qualcosa è andato storto. E’ quanto scrive in una dettagliata inchiesta, Serge Enderlin, giornalista svizzero, collaboratore di “Le Monde magazine” e di “Liberation”. L’inchiesta è parte di un più vasto lavoro tratto dal suo libro “Black Out. Miti e realtà della questione energetica” (Saggiatore editore).
Uno dei cantieri più importanti per le sfide energetiche che deve affrontare l’Europa si trova in Finlandia: è quello della terza centrale nucleare di Olkiluoto. L’impianto, il primo costruito nel continente dopo l’incidente di Cernobyl dell’aprile 1986, è costato finora tre miliardi di euro. Per l’azienda francese Areva, leader mondiale del nucleare civile, non si tratta solo di un grande progetto: è l’inizio di una nuova era. Dotata di un reattore di terza generazione, conosciuto con la sigla EPR (Reattore Nucleare Europeo ad acqua pressurizzata), la centrale finlandese è il fiore all’occhiello della lobby dell’atomo, che negli ultimi tempi ha conosciuto un revival tanto intenso quanto insperato.
Una rapida occhiata alla mappa. Olkiluoto si trova all’estremità di una piccola penisola nel golfo di Botnia, sul mar Baltico. Partendo da Helsinki ci inoltriamo lentamente tra laghi e foreste di abeti. Il paesaggio è pulito ed ordinato, come ci si aspetta in un paese così metodico da praticare la raccolta differenziata dei rifiuti perfino nelle camere d’albergo. Nemmeno l’inverno – che non è più rigido come un tempo, secondo i finlandesi – riesce a turbare quest’ordine impeccabile.
La neve è più bianca che altrove e le strade sono di una pulizia stupefacente. Ci si muove in processione, rispettando scrupolosamente i limiti di velocità e tenendo i fari accesi anche in pieno giorno. La Scandinavia è una regione prospera e disciplinata.
I responsabili della TVO (Teollisuuden Voima Ovj, cioè Compagnia Elettrica Ocidelatale”, che è la proprietaria del sito nucleare di Olkiluoto), hanno accettato di riceverci alle 15, subito prima che faccia buio. A febbraio le giornate sono molto corte. Prima di tutto dobbiamo superare i controlli di sicurezza. Dopo la frontiera che divide la Finlandia dalla Russia, la zona in cui si trovano le centrali è la più protetta del paese. Olkiuoto ospita già due reattori nucleari: Ol-1e Ol-2, messi in funzione rispettivamente nel 1978 e nel 1980. Due “sezioni”, come si dice in gergo, che assicurano un quinto del fabbisogno nazionale di elettricità.
Il pericolo russo
“Documenti!”, grida l’addetta al posto di blocco, dopo una buona mezzora di attesa in coda a una lunga fila di ingegneri in visita. Ci sono sudafricani, coreani, tedeschi e persino kazaki, accorsi per assistere alla gestazione dell’ultimo arrivato tra i grandi progetti atomici. La lettura in finlandese della secutiry clearcance (il nulla osta di sicurezza) richiede un’altra mezzora, il tempo di equipaggiarci con un tesserino elettronico e un casco da cantiere e di disfarci del nostro telefono cellulare. Finalmente entriamo nell’ufficio di Martin Landtman, il direttore del progetto. Affabile ma attento, Landtman ci spiega innanzitutto perché questa nuova enorme centrale (con i suoi megawatt sarà la più potente del mondo) è indispensabile per il paese: “I finlandesi hanno bisogno di quantità sempre maggiori di energia elettrica. Avrete notato che qui da noi ci sono molti abeti e c’è molta acqua. Con questi elementi fabbrichiamo la carta. In questo settore le nostre imprese sono tra le più grandi del mondo. Ma per trasformare il legno in cellulosa servono enormi quantità di energia. Siamo molto attivi anche nella produzione dell’acciaio, altro settore che ha grande sete di elettricità. Il risultato è che la Finlandia è tra i principali consumatori pro capite di corrente. Senza parlare del fatto che d’inverno da noi è sempre buio”. Secondo le stime di Landtman, i 1600 megawatt di Olkiluoto-3 copriranno appena l’aumento dei consumi dei prossimi dieci anni: come a dire che, pur avendo già cinque reattori in funzione, il paese ha bisogno di altre centrali. Come c’era da aspettarsi, c’è anche una giustificazione ecologista: “Ol-3 permetterà anche di ridurre le emissioni di gas serra. La Finlandia deve darsi da fare se vuole raggiungere i suoi obiettivi”. Puntuale poi arriva l’ultimo punto della consueta trilogia di argomenti usati per sostenere la necessità del progetto: i russi. “Noi importiamo corrente elettrica dalla Russia. E i russi sono imprevedibili. Hanno tagliato il gas all’Ucraina senza preavviso. Usano l’energia come uno strumento al servizio della loro politica estera. Bisogna essere prudenti. Ecco perché questa centrale è indispensabile: servirà a garantirci la sicurezza energetica”.
Dopo questo preambolo piuttosto scontato passiamo alle cose serie: in questo cantiere gigantesco niente sembra funzionare. I ritardi non fanno che accumularsi e la messa in funzione, inizialmente prevista per il 2009, è stata posticipata al 2011. Secondo le ultime notizie, tuttavia, il reattore non partirà prima del 2013. Ma c’è di peggio. Le ORG internazionali hanno denunciato problemi e malfunzionamenti. E Greenpeace ha scelto di usare Olkiluoto per dimostrare i pericoli legati alla rinascita del nucleare. Gli attivisti dell’organizzazione accusano Areva, l’azienda costruttrice, di prendersi gioco della comunità internazionale e di produrre energia nucleare senza rispettare le più elementari norme di sicurezza. E dato che il nucleare fa paura, i militanti ecologisti sono riusciti facilmente a cavalcare i timori dei finlandesi. Non passa settimana senza che un giornale locale non sbatta in prima pagina un nuovo scandalo legato ai problemi dell’impianto in costruzione.
Le colpe di Areva
“Siamo molto delusi dal comportamento di Areva”, ammette Martin Landtman. “I francesi ci avevano promesso una centrale chiavi in mano, ma abbiamo l’impressione che queste chiavi si stiano allontanando sempre di più. E’ chiaro, però, che non condivido le affermazioni degli ecologisti: se i lavori sono in ritardo, è proprio perché siamo attentissimi alla sicurezza e rimandiamo al mittente qualsiasi pezzo non conforme alle norme dell’autorità per la sicurezza nucleare finlandese, la cui severità è esemplare”. Un micron in più o in meno si scatena il pandemonio. Succede così spesso che, tra una colata di cemento fatta male e una saldatura imperfetta, i rapporti tra TVO e AREVA sono ormai gestiti dagli avvocati. Prima o poi qualcuno dovrà pagare per queste liti, che valgono miliardi di euro. E probabilmente toccherà ai contribuenti francesi, i fortunati proprietari di AREVA, che è ancora un’azienda pubblica.
Come si è arrivati a tanto? Senza entrare nei dettagli, ecco quel che si può scoprire facendo due passi nei dintorni del sito di Olkiluoto. Basta uscire dal perimetro di sicurezza e farsi un giro dalle parti degli alloggi dei tremila operai: tutti stranieri, come ci aveva detto Landtman, ma soprattutto polacchi e lituani, perché costano meno. Ecco cosa ci ha detto Pawel, 28 anni: “Qui è fantastico. Mille euro al mese per lavorare otto ore al giorno: a Varsavia è un salario da bancari. In questo paese i diritti dei lavoratori sono rispettati”. E il nucleare, è un lavoro complicato? “In realtà io non so nulla di queste cose, non ne capisco niente. Del resto non mi chiedono niente”. Lavorando in un cantiere così a rischio avrete sicuramente ricevuto una formazione particolare in materia di sicurezza, gli dico. “No”, risponde. “Sono arrivato un lunedì alle 7 del mattino e alle 8 stavo già colando il cemento”. Il cemento. Per poco non faceva impazzire Martin Landtman. Un giorno si è reso conto che lo strato posato nel punto in cui doveva essere installata la vasca del reattore non era abbastanza spesso. L’hanno sostituito. Ma era ancora troppo granuloso, forse poroso, e con delle asperità imperdonabili. Hanno ricominciato per la terza volta.
In un secondo momento è stata l’impresa tedesca Babcock Noell, di Wurzburg, a creare qualche problema. L’azienda si è aggiudicata l’appalto per la costruzione della copertura d’acciaio della vasca del reattore, un gigantesco anello che servirà da prima barriera protettiva contro eventuali fughe radioattive. Per ottenere il contratto aveva promesso di usare un acciaio temperato tedesco di prima scelta. Il componente, troppo grande per essere trasportato via terra, è stato spedito via mare. Gli ispettori finlandesi, a quel punto, hanno avuto una spiacevole sorpresa: il lavoro era stato eseguito in modo affrettato. Non c’è voluto molto per scoprire che l’appaltatore tedesco aveva subappaltato in Polonia. E che il subappaltatore polacco aveva trovato molto interessante un altro su-subappaltatore baltico.
Dall’inizio dei lavori, quattro anni fa, Greenpeace ha contato più di mille difetti di costruzione e falle nella sicurezza del cantiere. Una litania che, contro ogni aspettativa, non ha scoraggiato la popolazione: il 55 per cento dei finlandesi resta favorevole all’energia atomica. Un paradosso, visto che nel 1986 la Finlandia fu tra i primi paesi europei a veder passare sopra di sé la nube radioattiva di Cernobyl: la stessa che, almeno secondo le autorità di Parigi, si è miracolosamente formata prima di entrare in Francia. Da bravo filosofo, Landtman non si scoraggia. “Per lungo tempo non abbiamo costruito nuove centrali nucleari”, dice. “E poi l’EPR è una tecnologia nuova, dobbiamo ancora imparare ad usarla. Tuttavia potremmo affermare che all’AREVA le cose sono un po’ sfuggite di mano. E questo è inaccettabile. Perché siamo noi a pagarne le conseguenze”.
Poco più tardi, facciamo il giro del cantiere, tallonati da un responsabile della comunicazione che ha una risposta pronta per ogni domanda (tutto previsto, va tutto bene, siamo molto soddisfatti, un successo tecnologico). Torniamo sui nostri passi. E chiamiamo l’AREVA a Parigi. Da settimane cerchiamo di ottenere un appuntamento con il responsabile francese dei lavori, che avrà sicuramente un ufficio proprio sopra a quello di Landtman. Tutto inutile. “Richiamate lunedì”, ci dicono ogni martedì, da otto settimane.
Dall’uranio all’elettricità
All’uscita del sito di Olkiluoto un cartello stradale ci dice di fare attenzione al passaggio degli alci. Poco lontano un altro indica la direzione da seguire per il centro visite dell’impianto, nascosto tra i pini della riva baia. Il luogo è deserto, quasi accogliente: è ben riscaldato e il profumo del caffè fa venire voglia di fermarsi. E’ un piccolo museo del nucleare, sufficientemente interessante per dedicargli un’ora. Finalmente riusciamo a capire quello che non avevamo mai osato chiedere sull’atomo. Ecco le cose che abbiamo imparato: l’uranio naturale proviene da miniere a cielo aperto o sotterranee. In generale una roccia ne contiene appena tre grammi per tonnellata, in rarissime occasioni fino a dieci grammi. L’uranio viene macinato fino a diventare una polvere finissima. Successivamente è sottoposto a lisciviazione, una tecnica di estrazione dei prodotti solubili che consiste nel far passare dell’acqua attraverso la polvere, come si fa quando si prepara il caffè.
L’uranio ottenuto, però, non è ancora adatto alla produzione di energia, malgrado il passaggio in un filtro contenente ogni sorta di soluzione basiche e acide, alcaline e perossidate. Dopo l’evaporazione si ottiene lo “yellowcake” (U3O8) che non è affatto giallo, ma di un colore variabile tra il marrone e il nero. Fabbricarlo è molto facile: tutti i paesi che hanno miniere di uranio possono farlo. Per i passi successivi sono necessarie competenze professionali più elevate. L’uranio naturale, infatti, è una miscela di varietà diverse di atomi: l’uranio235 e l’uranio 238. Ma l’uranio 235 è più facile da sottoporre a fissione rispetto al 238. Sprigiona molta più energia. E siccome la natura non si preoccupa di questi dettagli, nell’uranio naturale l’U-238 si trova in quantità molto maggiori rispetto al suo cugino pregiato: per l’esattezza c’è un atomo di U-235 ogni 140 di U-238.
La tappa successiva è l’arricchimento, cioè l’aumento del numero di atomi dell’U-23. Questo processo si realizza per mezzo di diffusione gassosa. L’uranio (in questa fase ancora sotto forma di yellowcake) è convertito in esafluoruro di uranio (UF6). Una volta arricchito nelle centrifughe – una tecnica ben nota agli iraniani – il materiale è trasformato in ossido di uranio, una polvere nera che viene poi compresa in piccole pastiglie, dette pellet, delle dimensioni di un tappo di bottiglia. I pellet sono fatti scivolare in tubi di zirconio, le cosiddette matite. Una volta assemblate tra loro, le matite costituiscono una barra di combustibile nucleare lunga tre metri e pronta all’uso. Basta immergere alcune decine di queste barre nel cuore del reattore per provocare la reazione a catena. I due reattori di Olkiluoto in attività consumano 90 tonnellate di uranio all’anno,
Le matite vengono fabbricate in Germania, Francia e Spagna, soprattutto da AREVA. Come ci spiegano al centro visite, ogni pellet di uranio contiene moltissima energia. Bastano tre pastiglie per fornire corrente elettrica a una famiglia finlandese per un anno. E di uranio, ci rassicura un altro pannello, nel mondo ce n’è a sufficienza. “L’uranio è un elemento piuttosto comune. La terraferma ne nasconde in media quattro grammi per tonnellata, mentre l’acqua di mare circa tre grammi. Nelle miniere la concentrazione è molto più elevata. Le riserve più grandi si trovano in Canada e in Australia. Al ritmo di estrazione attuale, ne resta per almeno altri cinquant’anni”. Cinquant’anni appena? In altre parole, il picco della produzione è vicinissimo. Soprattutto se il mondo riprenderà la corsa al nucleare, come sembra inevitabile: preoccupati per la fine annunciata degli idrocarburi, intrappolati dalla crisi climatica e dalle promesse di ridurre le emissioni di gas serra, i governi annunciano uno dopo l’altro il rilancio della filiera nucleare.
Clinicamente morta dopo Cernobyl, oggi l’energia atomica rinasce ovunque. Tranne che in Francia, dove non c’è nulla da resuscitare, visto che l’atomo ha sempre goduto di ottima salute. Giudicate voi: la Gran Bretagna sta progettando almeno una ventina di nuovi reattori. La Germania, che aveva adottato un piano per il ritiro definitivo dal nucleare all’inizio del secolo su impulso del governo rosa-verde del cancelliere Gerhard Schroder, oggi fa marcia indietro. Anche la Svizzera vuole altri tre reattori: il governo federale di Berna sta ricevendo richieste da parte delle principali compagnie elettriche della confederazione. Perfino in Italia, un paese profondamente spaventato dal nucleare, Silvio Berlusconi ha deciso un radicale cambio di rotta, anche grazie all’aiuto di Parigi, che fornirà le competenze tecniche. E che dire degli Stati Uniti, della Russia, dell’India e della Cina? In totale, tra le centrali in costruzioni, quelle programmate e quelle proposte, sono oltre duecento i reattori che potrebbero spuntare nel mondo nei prossimi vent’anni. Anche l’Ucraina, la patria di Cernobyl, ha lanciato un piano per 22 sezioni supplementari.
Mettetevi ora nei panni di Anne Lauvergeon, amministratore delegato di AREVA. Con il mercato in rapida crescita, per la ex fedelissima di François Mitterrand le prospettive sono più che rosee. Certo, ci sono dei concorrenti, come la tedesca Siemens (che ha appena siglato un accordo con la russa Rusatom, dopo aver divorziato proprio da AREVA) o la giapponese Mitsubishi. Ma Atomic Anne, come la chiama il “New York Times”, sa di poter contare sull’appoggio incondizionato del presidente Nicolas Sarkozy, che in un certo senso è anche il suo agente di commercio. In ogni viaggio all’estero, l’uomo dell’Eliseo offre ai governi stranieri il nucleare francese su un piatto d’argento. Lo ha fatto in Sudafrica, in Cina, in Marocco, in Giordania, negli Emirati Arabi (che pure non hanno problemi di energia), e perfino in Libia con il colonnello Gheddafi, un potenziale cliente non proprio irreprensibile e di certo non a corto di oro nero. Tutto questo pone il problema della proliferazione.
E’ giusto vendere il nucleare civile ovunque, considerandolo uno dei pochi prodotti da esportazione in cui la Francia eccelle ancora? E’ giusto condannare la ricerca nucleare di Teheran (ufficialmente per scopi civili), e intanto cercare di rifilare la propria panoplia atomica a paesi arabi considerati instabili? Non esistono alternative meno brutali, meno politiche, meno conflittuali per risolvere i problemi energetici del pianeta?Mentre torniamo a Helsinki ci fermiamo a fare benzina dalle parti di Turku e facciamo quattro chiacchiere con un tipo bizzarro che si lamenta dello strano inverno in corso. “Di solito”, dice, “tutti i laghi sono gelati in questa stagione,e anche il mare vicino alla riva. Ho una casetta su un’isola a 600 metri dalla costa. Di solito ci andavo in macchina, il ghiaccio era abbastanza spesso. Ma quest’anno non fa abbastanza freddo e l’acqua non ha ghiacciato. Le giornate sono cupe. Troppa poca neve, il riverbero non è sufficiente. Ogni giorno è una lunga alba grigia. E questo pesa sul morale”. Dall’Alberta alla Finlandia, l’aumento delle temperature è cronaca di tutti i giorni. E per la lobby nucleare è un dono del cielo. Da quando la riduzione delle emissioni di gas serra è diventata un imperativo per tutto il mondo, il nucleare ha dalla sua un’arma in più: con la produzione di energia atomica, infatti, si emettono solo quantità minime di CO2.
Accuse e menzogne
All’hotel Klaus K, a Hensinki, incontriamo Lauri Myllyvirta, un giovane che ha vissuto un breve momento di notorietà quando, insieme ad altri cinque militanti di Greenpeace, si è incatenato per cinque giorni sulla cima di una grande gru rossa nel cantiere di Olkiluoto. I sei hanno srotolato uno striscione e hanno risposto alle domande dei giornalisti usando il cellulare, perché stavano troppo il alto per far sentire le loro voci. Sotto, la polizia si spazientiva, ma non osava intervenire. “Se salite, ci buttiamo giù!”, gridavano. Quest’impresa è valsa ai sei attivisti qualche giorno di galera e una condanna con la condizionale, non certo una novità per dei militanti agguerriti.
Secondo Lyllyvirta, Olkiluoto è una manna per Greenpeace: è la prova provata che il nucleare è una fabbrica di menzogne, gestito in modo troppo centralizzato e senza trasparenza, in cui si confondono gli interessi delle società elettriche e quelli dello stato a scapito dei cittadini. “In Finlandia, come in tutti i paesi atomici”, racconta, “c’è un’autorità nucleare di sorveglianza, la Stuk, che ha il compito di certificare ogni tappa dei lavori fino al giorno in cui la centrale verrà collegata alla rete elettrica. Si presume che la Stuk sia al di sopra di ogni sospetto, indipendente e imparziale. Ma quando i suoi esperti parlano di Ol-3, la chiamano “la nostra centrale”.
Dal punto di vista economico il nucleare non è redditizio. I costi reali di costruzione e di sfruttamento vengono nascosti per dare l’illusione di potenziali profitti futuri. AREVA aveva promesso una centrale da tre miliardi di euro. Nella migliore delle ipotesi, ne costerà cinque. E la differenza la pagheremo con la bolletta dell’elettricità, Inoltre il nucleare non contribuisce affatto a ridurre le emissioni di CO2. Considerate prima di tutto la durata dei cantieri e l’energia necessaria per portarli a termine. Tenete conto della catastrofe ecologica che rappresentano le miniere di uranio. Andate a chiedere il parere dei tuareg del Niger, dove AREVA sfrutta – è la parola giusta – una miniera gigantesca. Considerate le centinaia di migliaia di chilometri percorsi dai camion per far circolare le barre di combustibile nucleare dal luogo di fabbricazione fino alle centrali, dalle centrali fino ai centri di trattamento e poi da questi ultimi fino ai siti di stoccaggio temporaneo delle scorie. Aggiungete ai convogli di camion le scorte di veicoli militari o di polizia, perché non si porta in giro l’uranio come se fosse carbone. No, il nucleare non è ecologico: è una presa in giro. Ma la lobby dell’atomo è riuscita a convincere tutti del contrario, devo riconoscerlo. La necessità di una nuova centrale viene giustificata con la sete di energia delle cartiere finlandesi. Ma con la diffusione di internet e della posta elettronica, in Europa il consumo di carta è calato del 20 per cento negli ultimi dieci anni. Helsinki mantiene artificialmente basso il prezzo dell’elettricità (i finlandesi pagano meno di tutti gli altri europei) per non incoraggiare un consumo responsabile. E potrei continuare”.
Cavie finlandesi
Prima di lasciarci Myllyvirta lancia una profezia: “Se non diamo priorità alle energie rinnovabili, entro dieci anni i bambini di Helsinki vedranno la neve soltanto in televisione. Esagero? Quest’anno i primi allarmi per le allergie da pollini sono stati lanciati a febbraio”.
A questo punto ci resta da trovare qualcuno con cui parlare dello Stuk, un nome che non ci convince. Forse perché evoca qualche servizio segreto dell’Europa orientale o un vecchio bombardiere della Luftwaffe. L’autorità finlandese di sorveglianza sul nucleare ha sede in un palazzo anonimo stretto tra due bretelle autostradali in un quartiere periferico della capitale. Il direttore non c’è. E’ il suo giovane vice, Petteri Tiippana, a riceverci. Non è proprio un tipo allegro. Il che ci rassicura, considerando le responsabilità che ha. Tiippana è il capo della squadra di pronto intervento e ha il compito di controllare ogni dettaglio nel cantiere di Ol-3. Il bilancio che traccia fa rabbrividire: “Il mio lavoro? E’ un sacerdozio, quasi un incubo”, dice prima di cominciare, “Il problema di AREVA, che è anche quello della TVO e quindi, in ultima analisi, quello di tutti i finlandesi , è che nei vent’anni seguiti alla costruzione dell’ultima centrale europea molte competenze specifiche sono andate perdute. Aggiungo anche che l’EPR è un reattore di nuova generazione: è come se la Finlandia si fosse offerta volontaria per fare da cavia. Ho la sensazione che AREVA scopra i problemi portando avanti il lavoro. Sono stati troppo ottimisti, hanno fatto promesse che non potevano mantenere, sono andati troppo veloci perché speravano in una scintillante pubblicità planetaria. Sono arrivati con dei piani generici, non abbastanza dettagliati, e con solo quattrocento ingegneri, mentre ne sarebbero serviti molti di più. Ora sono mille e bastano appena. La storia del subappalto alla Babcock Neoll ci ha delusi”. Tiippana, tuttavia, non ammette che la AREVA ha trattato i finlandesi come degli imbecilli. Ma lo pensa, ed è impossibile non accorgersene.
Secondo le previsioni della TVO, il reattore Ol-3 rimarrà attivo per sessant’anni. Se dovesse cominciare a funzionare nel 2013, sarà spento intorno al 2073. A meno di un improbabile miracolo, Martin Landtman, Lauri Myllyvirta e Peteri Tiippana – e anche chi scrive – saranno morti da tempo quando si procederà allo smantellamento definitivo del sito, previsto per il 2120. Di tutte le fonti di energia esistenti, il nucleare è l’unica che mette a rischio le sorti delle generazioni future per un periodo così lungo. Oggi, cinquantasette anni dopo la produzione dei primi kilowatt nucleari della storia nella centrale di Arcom, nell’Idaho, non ‘è ancora una soluzione definitiva per lo stoccaggio delle scorie.
tratto da Notizie Radicali 2/4/2010
di Serge Enderlin
Ritardi, costi fuori controllo, errori di costruzione. Il nuovo reattore di Olkiluoto in Finlandia, doveva essere il fiore all’occhiello dell’industria nucleare europea. Ma qualcosa è andato storto. E’ quanto scrive in una dettagliata inchiesta, Serge Enderlin, giornalista svizzero, collaboratore di “Le Monde magazine” e di “Liberation”. L’inchiesta è parte di un più vasto lavoro tratto dal suo libro “Black Out. Miti e realtà della questione energetica” (Saggiatore editore).
Uno dei cantieri più importanti per le sfide energetiche che deve affrontare l’Europa si trova in Finlandia: è quello della terza centrale nucleare di Olkiluoto. L’impianto, il primo costruito nel continente dopo l’incidente di Cernobyl dell’aprile 1986, è costato finora tre miliardi di euro. Per l’azienda francese Areva, leader mondiale del nucleare civile, non si tratta solo di un grande progetto: è l’inizio di una nuova era. Dotata di un reattore di terza generazione, conosciuto con la sigla EPR (Reattore Nucleare Europeo ad acqua pressurizzata), la centrale finlandese è il fiore all’occhiello della lobby dell’atomo, che negli ultimi tempi ha conosciuto un revival tanto intenso quanto insperato.
Una rapida occhiata alla mappa. Olkiluoto si trova all’estremità di una piccola penisola nel golfo di Botnia, sul mar Baltico. Partendo da Helsinki ci inoltriamo lentamente tra laghi e foreste di abeti. Il paesaggio è pulito ed ordinato, come ci si aspetta in un paese così metodico da praticare la raccolta differenziata dei rifiuti perfino nelle camere d’albergo. Nemmeno l’inverno – che non è più rigido come un tempo, secondo i finlandesi – riesce a turbare quest’ordine impeccabile.
La neve è più bianca che altrove e le strade sono di una pulizia stupefacente. Ci si muove in processione, rispettando scrupolosamente i limiti di velocità e tenendo i fari accesi anche in pieno giorno. La Scandinavia è una regione prospera e disciplinata.
I responsabili della TVO (Teollisuuden Voima Ovj, cioè Compagnia Elettrica Ocidelatale”, che è la proprietaria del sito nucleare di Olkiluoto), hanno accettato di riceverci alle 15, subito prima che faccia buio. A febbraio le giornate sono molto corte. Prima di tutto dobbiamo superare i controlli di sicurezza. Dopo la frontiera che divide la Finlandia dalla Russia, la zona in cui si trovano le centrali è la più protetta del paese. Olkiuoto ospita già due reattori nucleari: Ol-1e Ol-2, messi in funzione rispettivamente nel 1978 e nel 1980. Due “sezioni”, come si dice in gergo, che assicurano un quinto del fabbisogno nazionale di elettricità.
Il pericolo russo
“Documenti!”, grida l’addetta al posto di blocco, dopo una buona mezzora di attesa in coda a una lunga fila di ingegneri in visita. Ci sono sudafricani, coreani, tedeschi e persino kazaki, accorsi per assistere alla gestazione dell’ultimo arrivato tra i grandi progetti atomici. La lettura in finlandese della secutiry clearcance (il nulla osta di sicurezza) richiede un’altra mezzora, il tempo di equipaggiarci con un tesserino elettronico e un casco da cantiere e di disfarci del nostro telefono cellulare. Finalmente entriamo nell’ufficio di Martin Landtman, il direttore del progetto. Affabile ma attento, Landtman ci spiega innanzitutto perché questa nuova enorme centrale (con i suoi megawatt sarà la più potente del mondo) è indispensabile per il paese: “I finlandesi hanno bisogno di quantità sempre maggiori di energia elettrica. Avrete notato che qui da noi ci sono molti abeti e c’è molta acqua. Con questi elementi fabbrichiamo la carta. In questo settore le nostre imprese sono tra le più grandi del mondo. Ma per trasformare il legno in cellulosa servono enormi quantità di energia. Siamo molto attivi anche nella produzione dell’acciaio, altro settore che ha grande sete di elettricità. Il risultato è che la Finlandia è tra i principali consumatori pro capite di corrente. Senza parlare del fatto che d’inverno da noi è sempre buio”. Secondo le stime di Landtman, i 1600 megawatt di Olkiluoto-3 copriranno appena l’aumento dei consumi dei prossimi dieci anni: come a dire che, pur avendo già cinque reattori in funzione, il paese ha bisogno di altre centrali. Come c’era da aspettarsi, c’è anche una giustificazione ecologista: “Ol-3 permetterà anche di ridurre le emissioni di gas serra. La Finlandia deve darsi da fare se vuole raggiungere i suoi obiettivi”. Puntuale poi arriva l’ultimo punto della consueta trilogia di argomenti usati per sostenere la necessità del progetto: i russi. “Noi importiamo corrente elettrica dalla Russia. E i russi sono imprevedibili. Hanno tagliato il gas all’Ucraina senza preavviso. Usano l’energia come uno strumento al servizio della loro politica estera. Bisogna essere prudenti. Ecco perché questa centrale è indispensabile: servirà a garantirci la sicurezza energetica”.
Dopo questo preambolo piuttosto scontato passiamo alle cose serie: in questo cantiere gigantesco niente sembra funzionare. I ritardi non fanno che accumularsi e la messa in funzione, inizialmente prevista per il 2009, è stata posticipata al 2011. Secondo le ultime notizie, tuttavia, il reattore non partirà prima del 2013. Ma c’è di peggio. Le ORG internazionali hanno denunciato problemi e malfunzionamenti. E Greenpeace ha scelto di usare Olkiluoto per dimostrare i pericoli legati alla rinascita del nucleare. Gli attivisti dell’organizzazione accusano Areva, l’azienda costruttrice, di prendersi gioco della comunità internazionale e di produrre energia nucleare senza rispettare le più elementari norme di sicurezza. E dato che il nucleare fa paura, i militanti ecologisti sono riusciti facilmente a cavalcare i timori dei finlandesi. Non passa settimana senza che un giornale locale non sbatta in prima pagina un nuovo scandalo legato ai problemi dell’impianto in costruzione.
Le colpe di Areva
“Siamo molto delusi dal comportamento di Areva”, ammette Martin Landtman. “I francesi ci avevano promesso una centrale chiavi in mano, ma abbiamo l’impressione che queste chiavi si stiano allontanando sempre di più. E’ chiaro, però, che non condivido le affermazioni degli ecologisti: se i lavori sono in ritardo, è proprio perché siamo attentissimi alla sicurezza e rimandiamo al mittente qualsiasi pezzo non conforme alle norme dell’autorità per la sicurezza nucleare finlandese, la cui severità è esemplare”. Un micron in più o in meno si scatena il pandemonio. Succede così spesso che, tra una colata di cemento fatta male e una saldatura imperfetta, i rapporti tra TVO e AREVA sono ormai gestiti dagli avvocati. Prima o poi qualcuno dovrà pagare per queste liti, che valgono miliardi di euro. E probabilmente toccherà ai contribuenti francesi, i fortunati proprietari di AREVA, che è ancora un’azienda pubblica.
Come si è arrivati a tanto? Senza entrare nei dettagli, ecco quel che si può scoprire facendo due passi nei dintorni del sito di Olkiluoto. Basta uscire dal perimetro di sicurezza e farsi un giro dalle parti degli alloggi dei tremila operai: tutti stranieri, come ci aveva detto Landtman, ma soprattutto polacchi e lituani, perché costano meno. Ecco cosa ci ha detto Pawel, 28 anni: “Qui è fantastico. Mille euro al mese per lavorare otto ore al giorno: a Varsavia è un salario da bancari. In questo paese i diritti dei lavoratori sono rispettati”. E il nucleare, è un lavoro complicato? “In realtà io non so nulla di queste cose, non ne capisco niente. Del resto non mi chiedono niente”. Lavorando in un cantiere così a rischio avrete sicuramente ricevuto una formazione particolare in materia di sicurezza, gli dico. “No”, risponde. “Sono arrivato un lunedì alle 7 del mattino e alle 8 stavo già colando il cemento”. Il cemento. Per poco non faceva impazzire Martin Landtman. Un giorno si è reso conto che lo strato posato nel punto in cui doveva essere installata la vasca del reattore non era abbastanza spesso. L’hanno sostituito. Ma era ancora troppo granuloso, forse poroso, e con delle asperità imperdonabili. Hanno ricominciato per la terza volta.
In un secondo momento è stata l’impresa tedesca Babcock Noell, di Wurzburg, a creare qualche problema. L’azienda si è aggiudicata l’appalto per la costruzione della copertura d’acciaio della vasca del reattore, un gigantesco anello che servirà da prima barriera protettiva contro eventuali fughe radioattive. Per ottenere il contratto aveva promesso di usare un acciaio temperato tedesco di prima scelta. Il componente, troppo grande per essere trasportato via terra, è stato spedito via mare. Gli ispettori finlandesi, a quel punto, hanno avuto una spiacevole sorpresa: il lavoro era stato eseguito in modo affrettato. Non c’è voluto molto per scoprire che l’appaltatore tedesco aveva subappaltato in Polonia. E che il subappaltatore polacco aveva trovato molto interessante un altro su-subappaltatore baltico.
Dall’inizio dei lavori, quattro anni fa, Greenpeace ha contato più di mille difetti di costruzione e falle nella sicurezza del cantiere. Una litania che, contro ogni aspettativa, non ha scoraggiato la popolazione: il 55 per cento dei finlandesi resta favorevole all’energia atomica. Un paradosso, visto che nel 1986 la Finlandia fu tra i primi paesi europei a veder passare sopra di sé la nube radioattiva di Cernobyl: la stessa che, almeno secondo le autorità di Parigi, si è miracolosamente formata prima di entrare in Francia. Da bravo filosofo, Landtman non si scoraggia. “Per lungo tempo non abbiamo costruito nuove centrali nucleari”, dice. “E poi l’EPR è una tecnologia nuova, dobbiamo ancora imparare ad usarla. Tuttavia potremmo affermare che all’AREVA le cose sono un po’ sfuggite di mano. E questo è inaccettabile. Perché siamo noi a pagarne le conseguenze”.
Poco più tardi, facciamo il giro del cantiere, tallonati da un responsabile della comunicazione che ha una risposta pronta per ogni domanda (tutto previsto, va tutto bene, siamo molto soddisfatti, un successo tecnologico). Torniamo sui nostri passi. E chiamiamo l’AREVA a Parigi. Da settimane cerchiamo di ottenere un appuntamento con il responsabile francese dei lavori, che avrà sicuramente un ufficio proprio sopra a quello di Landtman. Tutto inutile. “Richiamate lunedì”, ci dicono ogni martedì, da otto settimane.
Dall’uranio all’elettricità
All’uscita del sito di Olkiluoto un cartello stradale ci dice di fare attenzione al passaggio degli alci. Poco lontano un altro indica la direzione da seguire per il centro visite dell’impianto, nascosto tra i pini della riva baia. Il luogo è deserto, quasi accogliente: è ben riscaldato e il profumo del caffè fa venire voglia di fermarsi. E’ un piccolo museo del nucleare, sufficientemente interessante per dedicargli un’ora. Finalmente riusciamo a capire quello che non avevamo mai osato chiedere sull’atomo. Ecco le cose che abbiamo imparato: l’uranio naturale proviene da miniere a cielo aperto o sotterranee. In generale una roccia ne contiene appena tre grammi per tonnellata, in rarissime occasioni fino a dieci grammi. L’uranio viene macinato fino a diventare una polvere finissima. Successivamente è sottoposto a lisciviazione, una tecnica di estrazione dei prodotti solubili che consiste nel far passare dell’acqua attraverso la polvere, come si fa quando si prepara il caffè.
L’uranio ottenuto, però, non è ancora adatto alla produzione di energia, malgrado il passaggio in un filtro contenente ogni sorta di soluzione basiche e acide, alcaline e perossidate. Dopo l’evaporazione si ottiene lo “yellowcake” (U3O8) che non è affatto giallo, ma di un colore variabile tra il marrone e il nero. Fabbricarlo è molto facile: tutti i paesi che hanno miniere di uranio possono farlo. Per i passi successivi sono necessarie competenze professionali più elevate. L’uranio naturale, infatti, è una miscela di varietà diverse di atomi: l’uranio235 e l’uranio 238. Ma l’uranio 235 è più facile da sottoporre a fissione rispetto al 238. Sprigiona molta più energia. E siccome la natura non si preoccupa di questi dettagli, nell’uranio naturale l’U-238 si trova in quantità molto maggiori rispetto al suo cugino pregiato: per l’esattezza c’è un atomo di U-235 ogni 140 di U-238.
La tappa successiva è l’arricchimento, cioè l’aumento del numero di atomi dell’U-23. Questo processo si realizza per mezzo di diffusione gassosa. L’uranio (in questa fase ancora sotto forma di yellowcake) è convertito in esafluoruro di uranio (UF6). Una volta arricchito nelle centrifughe – una tecnica ben nota agli iraniani – il materiale è trasformato in ossido di uranio, una polvere nera che viene poi compresa in piccole pastiglie, dette pellet, delle dimensioni di un tappo di bottiglia. I pellet sono fatti scivolare in tubi di zirconio, le cosiddette matite. Una volta assemblate tra loro, le matite costituiscono una barra di combustibile nucleare lunga tre metri e pronta all’uso. Basta immergere alcune decine di queste barre nel cuore del reattore per provocare la reazione a catena. I due reattori di Olkiluoto in attività consumano 90 tonnellate di uranio all’anno,
Le matite vengono fabbricate in Germania, Francia e Spagna, soprattutto da AREVA. Come ci spiegano al centro visite, ogni pellet di uranio contiene moltissima energia. Bastano tre pastiglie per fornire corrente elettrica a una famiglia finlandese per un anno. E di uranio, ci rassicura un altro pannello, nel mondo ce n’è a sufficienza. “L’uranio è un elemento piuttosto comune. La terraferma ne nasconde in media quattro grammi per tonnellata, mentre l’acqua di mare circa tre grammi. Nelle miniere la concentrazione è molto più elevata. Le riserve più grandi si trovano in Canada e in Australia. Al ritmo di estrazione attuale, ne resta per almeno altri cinquant’anni”. Cinquant’anni appena? In altre parole, il picco della produzione è vicinissimo. Soprattutto se il mondo riprenderà la corsa al nucleare, come sembra inevitabile: preoccupati per la fine annunciata degli idrocarburi, intrappolati dalla crisi climatica e dalle promesse di ridurre le emissioni di gas serra, i governi annunciano uno dopo l’altro il rilancio della filiera nucleare.
Clinicamente morta dopo Cernobyl, oggi l’energia atomica rinasce ovunque. Tranne che in Francia, dove non c’è nulla da resuscitare, visto che l’atomo ha sempre goduto di ottima salute. Giudicate voi: la Gran Bretagna sta progettando almeno una ventina di nuovi reattori. La Germania, che aveva adottato un piano per il ritiro definitivo dal nucleare all’inizio del secolo su impulso del governo rosa-verde del cancelliere Gerhard Schroder, oggi fa marcia indietro. Anche la Svizzera vuole altri tre reattori: il governo federale di Berna sta ricevendo richieste da parte delle principali compagnie elettriche della confederazione. Perfino in Italia, un paese profondamente spaventato dal nucleare, Silvio Berlusconi ha deciso un radicale cambio di rotta, anche grazie all’aiuto di Parigi, che fornirà le competenze tecniche. E che dire degli Stati Uniti, della Russia, dell’India e della Cina? In totale, tra le centrali in costruzioni, quelle programmate e quelle proposte, sono oltre duecento i reattori che potrebbero spuntare nel mondo nei prossimi vent’anni. Anche l’Ucraina, la patria di Cernobyl, ha lanciato un piano per 22 sezioni supplementari.
Mettetevi ora nei panni di Anne Lauvergeon, amministratore delegato di AREVA. Con il mercato in rapida crescita, per la ex fedelissima di François Mitterrand le prospettive sono più che rosee. Certo, ci sono dei concorrenti, come la tedesca Siemens (che ha appena siglato un accordo con la russa Rusatom, dopo aver divorziato proprio da AREVA) o la giapponese Mitsubishi. Ma Atomic Anne, come la chiama il “New York Times”, sa di poter contare sull’appoggio incondizionato del presidente Nicolas Sarkozy, che in un certo senso è anche il suo agente di commercio. In ogni viaggio all’estero, l’uomo dell’Eliseo offre ai governi stranieri il nucleare francese su un piatto d’argento. Lo ha fatto in Sudafrica, in Cina, in Marocco, in Giordania, negli Emirati Arabi (che pure non hanno problemi di energia), e perfino in Libia con il colonnello Gheddafi, un potenziale cliente non proprio irreprensibile e di certo non a corto di oro nero. Tutto questo pone il problema della proliferazione.
E’ giusto vendere il nucleare civile ovunque, considerandolo uno dei pochi prodotti da esportazione in cui la Francia eccelle ancora? E’ giusto condannare la ricerca nucleare di Teheran (ufficialmente per scopi civili), e intanto cercare di rifilare la propria panoplia atomica a paesi arabi considerati instabili? Non esistono alternative meno brutali, meno politiche, meno conflittuali per risolvere i problemi energetici del pianeta?Mentre torniamo a Helsinki ci fermiamo a fare benzina dalle parti di Turku e facciamo quattro chiacchiere con un tipo bizzarro che si lamenta dello strano inverno in corso. “Di solito”, dice, “tutti i laghi sono gelati in questa stagione,e anche il mare vicino alla riva. Ho una casetta su un’isola a 600 metri dalla costa. Di solito ci andavo in macchina, il ghiaccio era abbastanza spesso. Ma quest’anno non fa abbastanza freddo e l’acqua non ha ghiacciato. Le giornate sono cupe. Troppa poca neve, il riverbero non è sufficiente. Ogni giorno è una lunga alba grigia. E questo pesa sul morale”. Dall’Alberta alla Finlandia, l’aumento delle temperature è cronaca di tutti i giorni. E per la lobby nucleare è un dono del cielo. Da quando la riduzione delle emissioni di gas serra è diventata un imperativo per tutto il mondo, il nucleare ha dalla sua un’arma in più: con la produzione di energia atomica, infatti, si emettono solo quantità minime di CO2.
Accuse e menzogne
All’hotel Klaus K, a Hensinki, incontriamo Lauri Myllyvirta, un giovane che ha vissuto un breve momento di notorietà quando, insieme ad altri cinque militanti di Greenpeace, si è incatenato per cinque giorni sulla cima di una grande gru rossa nel cantiere di Olkiluoto. I sei hanno srotolato uno striscione e hanno risposto alle domande dei giornalisti usando il cellulare, perché stavano troppo il alto per far sentire le loro voci. Sotto, la polizia si spazientiva, ma non osava intervenire. “Se salite, ci buttiamo giù!”, gridavano. Quest’impresa è valsa ai sei attivisti qualche giorno di galera e una condanna con la condizionale, non certo una novità per dei militanti agguerriti.
Secondo Lyllyvirta, Olkiluoto è una manna per Greenpeace: è la prova provata che il nucleare è una fabbrica di menzogne, gestito in modo troppo centralizzato e senza trasparenza, in cui si confondono gli interessi delle società elettriche e quelli dello stato a scapito dei cittadini. “In Finlandia, come in tutti i paesi atomici”, racconta, “c’è un’autorità nucleare di sorveglianza, la Stuk, che ha il compito di certificare ogni tappa dei lavori fino al giorno in cui la centrale verrà collegata alla rete elettrica. Si presume che la Stuk sia al di sopra di ogni sospetto, indipendente e imparziale. Ma quando i suoi esperti parlano di Ol-3, la chiamano “la nostra centrale”.
Dal punto di vista economico il nucleare non è redditizio. I costi reali di costruzione e di sfruttamento vengono nascosti per dare l’illusione di potenziali profitti futuri. AREVA aveva promesso una centrale da tre miliardi di euro. Nella migliore delle ipotesi, ne costerà cinque. E la differenza la pagheremo con la bolletta dell’elettricità, Inoltre il nucleare non contribuisce affatto a ridurre le emissioni di CO2. Considerate prima di tutto la durata dei cantieri e l’energia necessaria per portarli a termine. Tenete conto della catastrofe ecologica che rappresentano le miniere di uranio. Andate a chiedere il parere dei tuareg del Niger, dove AREVA sfrutta – è la parola giusta – una miniera gigantesca. Considerate le centinaia di migliaia di chilometri percorsi dai camion per far circolare le barre di combustibile nucleare dal luogo di fabbricazione fino alle centrali, dalle centrali fino ai centri di trattamento e poi da questi ultimi fino ai siti di stoccaggio temporaneo delle scorie. Aggiungete ai convogli di camion le scorte di veicoli militari o di polizia, perché non si porta in giro l’uranio come se fosse carbone. No, il nucleare non è ecologico: è una presa in giro. Ma la lobby dell’atomo è riuscita a convincere tutti del contrario, devo riconoscerlo. La necessità di una nuova centrale viene giustificata con la sete di energia delle cartiere finlandesi. Ma con la diffusione di internet e della posta elettronica, in Europa il consumo di carta è calato del 20 per cento negli ultimi dieci anni. Helsinki mantiene artificialmente basso il prezzo dell’elettricità (i finlandesi pagano meno di tutti gli altri europei) per non incoraggiare un consumo responsabile. E potrei continuare”.
Cavie finlandesi
Prima di lasciarci Myllyvirta lancia una profezia: “Se non diamo priorità alle energie rinnovabili, entro dieci anni i bambini di Helsinki vedranno la neve soltanto in televisione. Esagero? Quest’anno i primi allarmi per le allergie da pollini sono stati lanciati a febbraio”.
A questo punto ci resta da trovare qualcuno con cui parlare dello Stuk, un nome che non ci convince. Forse perché evoca qualche servizio segreto dell’Europa orientale o un vecchio bombardiere della Luftwaffe. L’autorità finlandese di sorveglianza sul nucleare ha sede in un palazzo anonimo stretto tra due bretelle autostradali in un quartiere periferico della capitale. Il direttore non c’è. E’ il suo giovane vice, Petteri Tiippana, a riceverci. Non è proprio un tipo allegro. Il che ci rassicura, considerando le responsabilità che ha. Tiippana è il capo della squadra di pronto intervento e ha il compito di controllare ogni dettaglio nel cantiere di Ol-3. Il bilancio che traccia fa rabbrividire: “Il mio lavoro? E’ un sacerdozio, quasi un incubo”, dice prima di cominciare, “Il problema di AREVA, che è anche quello della TVO e quindi, in ultima analisi, quello di tutti i finlandesi , è che nei vent’anni seguiti alla costruzione dell’ultima centrale europea molte competenze specifiche sono andate perdute. Aggiungo anche che l’EPR è un reattore di nuova generazione: è come se la Finlandia si fosse offerta volontaria per fare da cavia. Ho la sensazione che AREVA scopra i problemi portando avanti il lavoro. Sono stati troppo ottimisti, hanno fatto promesse che non potevano mantenere, sono andati troppo veloci perché speravano in una scintillante pubblicità planetaria. Sono arrivati con dei piani generici, non abbastanza dettagliati, e con solo quattrocento ingegneri, mentre ne sarebbero serviti molti di più. Ora sono mille e bastano appena. La storia del subappalto alla Babcock Neoll ci ha delusi”. Tiippana, tuttavia, non ammette che la AREVA ha trattato i finlandesi come degli imbecilli. Ma lo pensa, ed è impossibile non accorgersene.
Secondo le previsioni della TVO, il reattore Ol-3 rimarrà attivo per sessant’anni. Se dovesse cominciare a funzionare nel 2013, sarà spento intorno al 2073. A meno di un improbabile miracolo, Martin Landtman, Lauri Myllyvirta e Peteri Tiippana – e anche chi scrive – saranno morti da tempo quando si procederà allo smantellamento definitivo del sito, previsto per il 2120. Di tutte le fonti di energia esistenti, il nucleare è l’unica che mette a rischio le sorti delle generazioni future per un periodo così lungo. Oggi, cinquantasette anni dopo la produzione dei primi kilowatt nucleari della storia nella centrale di Arcom, nell’Idaho, non ‘è ancora una soluzione definitiva per lo stoccaggio delle scorie.
tratto da Notizie Radicali 2/4/2010
24 marzo 2010
04 dicembre 2009
Migliaia di carte di credito bloccate anche in Italia, la frode arriva dalla Spagna
Le indagini non sono ancora terminate, ma il furto ha coinvolto le banche di tutta Europa.
di Barbara Cataldi dal sito ilsalvagente.it
A qualcuno è successo di pagare una cena al ristorante a Madrid e di ritrovarsi un mega addebito dall’Arabia Saudita. Qualcun’altro ha fatto shopping a Ibiza e mesi dopo si è visto prosciugare il conto. Qualcun’altro, invece, ha passato le vacanze a Barcellona la scorsa primavera e ora si è ritrovato con la carta di credito bloccata. Nel corso di quest’anno, pirati informatici molto raffinati hanno messo a segno uno dei migliori furti di dati sensibili degli ultimi tempi. Le carte di credito e i bancomat che sono riusciti a “crackare” sono stati usati dai loro legittimi proprietari in Spagna, ma appartengono a cittadini che vivono in tutta Europa, anche in Italia.
In Germania più di 100.000 ritiri
Per questo problema solo un paio di settimane fa in Germania i maggiori istituti di credito hanno messo in atto il più grande blocco di carte di credito di tutti i tempi. Così almeno raccontava la stampa nazionale. Più di 100.000 carte sono state ritirate a scopo precauzionale per evitare che i loro proprietari si vedessero prosciugare il conto.
Anche in Italia è in atto il blocco
E in Italia? Nel nostro Paese le persone coinvolte dal blocco potrebbero essere alcune decine di migliaia. Se qualcuno, allora, in questi giorni si ritrova con la carta di credito inutilizzabile non si spaventi. Cerchi di ricordare se nel corso del 2009 è stato in Spagna e ha pagato qualcosa. In questo caso rientra nella categoria “a rischio” e probabilmente la sua banca gli ha bloccato la carta di credito o il bancomat in via preventiva. Già perché mentre alcuni istituti di credito, prima avvisano il cliente e poi stoppano il servizio, altri invece prima chiudono il rubinetto e poi inviano una lettera per informare che è necessario buttare la vecchia carta e aspettare l’arrivo della nuova. Mettendo naturalmente in grandi difficoltà il proprio cliente.
Deutsche Bank ha avvisato i clienti
“I clienti di Deutsche Credit Card”, fanno sapere però dalla Deutsche Bank, intervistata sul caso da il salvagente.it, “sono stati preventivamente avvisati tramite posta prioritaria del blocco della propria carta e della conseguente sostituzione. La nuova carta verrà spedita entro 2 giorni lavorativi dalla data di blocco. Inoltre eventuali transazioni non riconosciute dal cliente, saranno prontamente riaccreditate”.Per capire la gravità della frode che si è consumata in Spagna e di cui ancora non si conoscono i particolari, visto che le indagini sono ancora in corso, basta pensare che questa operazione precauzionale alle banche è costata davvero molti soldi.
Un'operazione da diversi milioni di euro
Il cambio di qualche migliaio di carte di credito costa la bellezza di 300.000 euro. Ciò vuol dire che solo in Italia per questo scherzetto le banche sono state costrette a sborsare diversi milioni di euro.Le prime segnalazioni di anomalie sull’uso della carte sono state eseguite da Visa e Mastercard addirittura a gennaio scorso. Agli episodi iniziali, però, non è stato dato molto peso, dal momento che le frodi sulle carte di credito sono all’ordine del giorno e tra l’altro in costante crescita. Nel 2009 sono balzate dell’11% rispetto all’anno precedente.
Bloccati anche i bancomat
Strane transazioni avvenute nelle parti più disparate del globo hanno continuato a essere segnalate fino a quando tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre si è concentrato un picco di furti dai conti dei proprietari di migliaia di carte di credito. A questo punto le banche si sono mobilitate quasi tutte contemporaneamente e hanno deciso di mettere in atto il blocco delle carte di credito e dei bancomat utilizzati in Spagna nel corso del 2009.
Due ipotesi al vaglio degli inquirenti
I colpevoli del furto informatico, però, ancora non si conoscono. Per ora chi fa le indagini, condotte dalla polizia spagnola, sta vagliando due ipotesi di frode. La prima è che all’interno di una delle società che gestiscono i flussi delle transazioni nel percorso che va dal pos alla banca ci sia un dipendente disonesto che ha sottratto e poi rivenduto un file contenente migliaia di nomi e numeri di carte di credito. Un episodio del genere però sarebbe facilmente verificabile, dal momento che il sistema permette di vedere se qualcuno ha manomesso o trafugato i dati. Dunque, non si spiega come mai le banche, a un anno dalle prime segnalazioni, ancora non siano riuscite a capire se il furto è stato messo a segno in questo passaggio o meno.
Pirati informatici molto sofisticati
La seconda ipotesi, invece, molto più inquietante della prima, è che qualcuno con conoscenze tecnologiche assai sofisticate si sia incuneato nelle linee telefoniche attraverso cui viaggia il flusso di dati e li abbia registrati. Insomma, il pirata in questo caso avrebbe la capacità tecnologica di intercettare il flusso dei dati come se fosse una banale conversazione telefonica. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe anche un particolare importante: nella frode messa a punto in Spagna i ladri sono riusciti a utilizzare anche bancomat che funzionano con il pin, cioè con un codice di solito segreto, così segreto da essere sconosciuto persino alle stesse banche.
di Barbara Cataldi dal sito ilsalvagente.it
A qualcuno è successo di pagare una cena al ristorante a Madrid e di ritrovarsi un mega addebito dall’Arabia Saudita. Qualcun’altro ha fatto shopping a Ibiza e mesi dopo si è visto prosciugare il conto. Qualcun’altro, invece, ha passato le vacanze a Barcellona la scorsa primavera e ora si è ritrovato con la carta di credito bloccata. Nel corso di quest’anno, pirati informatici molto raffinati hanno messo a segno uno dei migliori furti di dati sensibili degli ultimi tempi. Le carte di credito e i bancomat che sono riusciti a “crackare” sono stati usati dai loro legittimi proprietari in Spagna, ma appartengono a cittadini che vivono in tutta Europa, anche in Italia.
In Germania più di 100.000 ritiri
Per questo problema solo un paio di settimane fa in Germania i maggiori istituti di credito hanno messo in atto il più grande blocco di carte di credito di tutti i tempi. Così almeno raccontava la stampa nazionale. Più di 100.000 carte sono state ritirate a scopo precauzionale per evitare che i loro proprietari si vedessero prosciugare il conto.
Anche in Italia è in atto il blocco
E in Italia? Nel nostro Paese le persone coinvolte dal blocco potrebbero essere alcune decine di migliaia. Se qualcuno, allora, in questi giorni si ritrova con la carta di credito inutilizzabile non si spaventi. Cerchi di ricordare se nel corso del 2009 è stato in Spagna e ha pagato qualcosa. In questo caso rientra nella categoria “a rischio” e probabilmente la sua banca gli ha bloccato la carta di credito o il bancomat in via preventiva. Già perché mentre alcuni istituti di credito, prima avvisano il cliente e poi stoppano il servizio, altri invece prima chiudono il rubinetto e poi inviano una lettera per informare che è necessario buttare la vecchia carta e aspettare l’arrivo della nuova. Mettendo naturalmente in grandi difficoltà il proprio cliente.
Deutsche Bank ha avvisato i clienti
“I clienti di Deutsche Credit Card”, fanno sapere però dalla Deutsche Bank, intervistata sul caso da il salvagente.it, “sono stati preventivamente avvisati tramite posta prioritaria del blocco della propria carta e della conseguente sostituzione. La nuova carta verrà spedita entro 2 giorni lavorativi dalla data di blocco. Inoltre eventuali transazioni non riconosciute dal cliente, saranno prontamente riaccreditate”.Per capire la gravità della frode che si è consumata in Spagna e di cui ancora non si conoscono i particolari, visto che le indagini sono ancora in corso, basta pensare che questa operazione precauzionale alle banche è costata davvero molti soldi.
Un'operazione da diversi milioni di euro
Il cambio di qualche migliaio di carte di credito costa la bellezza di 300.000 euro. Ciò vuol dire che solo in Italia per questo scherzetto le banche sono state costrette a sborsare diversi milioni di euro.Le prime segnalazioni di anomalie sull’uso della carte sono state eseguite da Visa e Mastercard addirittura a gennaio scorso. Agli episodi iniziali, però, non è stato dato molto peso, dal momento che le frodi sulle carte di credito sono all’ordine del giorno e tra l’altro in costante crescita. Nel 2009 sono balzate dell’11% rispetto all’anno precedente.
Bloccati anche i bancomat
Strane transazioni avvenute nelle parti più disparate del globo hanno continuato a essere segnalate fino a quando tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre si è concentrato un picco di furti dai conti dei proprietari di migliaia di carte di credito. A questo punto le banche si sono mobilitate quasi tutte contemporaneamente e hanno deciso di mettere in atto il blocco delle carte di credito e dei bancomat utilizzati in Spagna nel corso del 2009.
Due ipotesi al vaglio degli inquirenti
I colpevoli del furto informatico, però, ancora non si conoscono. Per ora chi fa le indagini, condotte dalla polizia spagnola, sta vagliando due ipotesi di frode. La prima è che all’interno di una delle società che gestiscono i flussi delle transazioni nel percorso che va dal pos alla banca ci sia un dipendente disonesto che ha sottratto e poi rivenduto un file contenente migliaia di nomi e numeri di carte di credito. Un episodio del genere però sarebbe facilmente verificabile, dal momento che il sistema permette di vedere se qualcuno ha manomesso o trafugato i dati. Dunque, non si spiega come mai le banche, a un anno dalle prime segnalazioni, ancora non siano riuscite a capire se il furto è stato messo a segno in questo passaggio o meno.
Pirati informatici molto sofisticati
La seconda ipotesi, invece, molto più inquietante della prima, è che qualcuno con conoscenze tecnologiche assai sofisticate si sia incuneato nelle linee telefoniche attraverso cui viaggia il flusso di dati e li abbia registrati. Insomma, il pirata in questo caso avrebbe la capacità tecnologica di intercettare il flusso dei dati come se fosse una banale conversazione telefonica. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe anche un particolare importante: nella frode messa a punto in Spagna i ladri sono riusciti a utilizzare anche bancomat che funzionano con il pin, cioè con un codice di solito segreto, così segreto da essere sconosciuto persino alle stesse banche.
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