29 giugno 2011

Il Dilemma del debito

Moody's minaccia di ridurre il rating delle maggiori banche italiane e forse anche quello del debito sovrano
del nostro Paese. Si prospetta all' orizzonte una nuova crisi europea con l'Italia - non la Spagna, il Portogallo o l'Irlanda - al centro del tifone finanziario? Sembrerebbe di sì a giudicare dal crollo delle quotazioni delle banche di venerdì scorso.

Una lettura attenta dei motivi che hanno spinto Moody' s a prendere questa decisione ci dice che la nostra economià è un malato terminale e che per anni il governo ci ha raccontato una favola: non è infatti vero che non potremmo finire come la Grecia. Il debito è ingestibile! Prima che ciò avvenga sarebbe bene fare chiarezza e preparare un piano strategico. Ed allora perché non usare le esperienze di altri Paesi per formularlo?

La Grecia e anche noi dovremmo guardare a quelle nazioni che hanno scelto la strada della bancarotta volontaria e che l'hanno percorsa in modo razionale, ad esempio l'Islanda. Questa settimana l'Islanda è ricomparsa sui mercati internazionali dei capitali con un'emissione che ha piazzato senza problemi a un tasso d'interesse appena superiore al 3%, più basso di quello che i mercati oggi chiedono a noi.
Lo stesso ragionamento vale per il Dubai, tornato sui mercati dei capitali pochi mesi fa dopo una ristrutturazione del debito volontaria, avvenuta con la garanzia del ricco Abu Dahbi.
L'Argentina, invece, che per tre anni ha dato retta al Fondo monetario internazionale e ha seguito un percorso simile a quello della Grecia, alla fine è precipitata nella bancarotta disordinata. Dopo dieci anni non ha ancora finito di restituire il debito ed è ancora esclusa dai mercati dei capitali.

Onorare il debito, per Islanda, Dubai e Argentina era una mission impossible, perché le dimensioni erano enormi. Le prime due l'hanno accettato, la seconda ha tentato l'impossibile: non è forse quello che tutti pensano della Grecia, il cui rating è 'ormai sotto il cosidetto debito "spazzatura"? E non è quello che Moody's sta dicendo anche a noi?
All'inizio del 2008 il debito islandese era mille volte il PiI. Ma il vero problema erano gli interessi che succhiavano risorse alla ripresa dell'economia.
Nei tre anni in cui l'Argentina cercò di onorare il debito, l'economia si contrasse dell'8,4% con successiva diminuzione del gettito fiscale e inevitabile aumento della percentuale del debito rispetto al PiI. Un circolo vizioso. Proprio quello che è successo in Grecia negli ultimi dodiçi mesi dove a detta del Fmi dal 2008 l'economia si è contratta del 9,3%.

Quando finalmente l'Argentina gettò la spugna, successe il finimondo: nel 2002 il Pil perse 1'11 %. Ma l'anno dopo ricominciò a crescere e secondo gli ultimi dati pubblicati dal Fondo monetario, dal 2003 lo ha fatto con un tasso medio del 7.4%. La catastrofe economica ebbe altri effetti benefici: spazzò via la vecchia classe politica che aveva messo il Paese nelle mani dei banchieri e dell'alta finanza internazionale e la sostituì con un governo che si impegnò a ricostruire il Paese per gli argentini, non per gli speculatori e le elite locali.

In Islanda avvenne la stessa cosa e la popolazione votò una nuova coalizione guidata da una manciata di donne che introdussero riforme radicali. Divisero le banche deficitarie in due sezioni: quella straniera, dove confluirono i debiti degli investitori esteri, e quella nazionale con i soldi degli islandesi. Il governo garantì solo quest'ultima e ristrutturò i debiti della prima. Il sistema bancario si ridusse dell' 80%, ma l'economia non venne privata del contante necessario per riprendere a crescere

La sventura della Grecia è l'euro e, ahimé, è la stessa dell'Italia. L'aver abusato i vantaggi della moneta unica ci ha portati sull' orlo del baratro. Per difendere questa valuta Bruxelles è disposta a sacrificare l'intera popolazione greca e se necessario anche quella italiana.

Secondo il Fmi le previsioni per la Grecia sono di una crescita anemica, perché dal 2011 un quarto del Pil servirà a pagare gli interessi sul debito. Argentina e Islanda invece posticiparono questi pagamenti e usarono tutte le proprie risorse per far ripartire l'economia. Con alle spalle dieci anni di crescita anemica, anche noi finiremmo per lavorare solo per pagare l'interesse sui debiti che una classe politica scellerata ha accumulato.

L'euro è una camicia di forza che sta strangolando la Grecia e le impedisce di svalutare la moneta, come fece l'Argentina e l'Islanda. Questa è una verità che ormai tutti conoscono ma nessuno ammette. Perché? Se la Grecia uscisse dall'Euro, lo stesso potrebbero fare anche Portogallo, Irlanda e forse anche Spagna e Italia, nazioni che troverebbero nella svalutazione l'ossigeno necessario per ricominciare a crescere. Ma se l'euro dovesse spaccarsi, chi lo manterrebbe? Le economie più solide come Germania e Olanda si troverebbero in mano una moneta diversa, molto forte, con tendenze alla rivalutazione. Ne soffrirebbero le esportazioni tedesche e francesi all'interno della Ue ma anche nel resto del mondo, poiché il nuovo euro nel medio periodo si rivaluterebbe rispetto a dollaro e yen.

La popolazione greca ha dunque ragione a voler cacciare da casa propria gli stranieri provenienti da Washington e Bruxelles, a rifiutare di pagare gli errori di politici corrotti, incompetenti e assetati di potere.

Possibile che Moody's stia dicendo a noi italiani la stessa cosa? Una domanda su cui riflettere

Loretta Napoleoni
Economista
L'Unità martedì 28 giugno 2011