11 aprile 2026

Il petrolio reale

«La narrativa dominante tende a spiegare la brusca de-escalation americana come il risultato di fattori classici, quali resilienza del regime iraniano, costo crescente del conflitto, rischio di escalation incontrollabile fino al nucleare, oppure tensioni sui mercati obbligazionari statunitensi.
Tutti elementi plausibili. Ma probabilmente non decisivi.
Perché Washington ha dimostrato più volte di poter sostenere costi elevati, anche prolungati, e di saper gestire — almeno nel breve periodo — shock finanziari attraverso strumenti monetari straordinari.
La vera frattura potrebbe essere altrove. 

𝐏𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚: 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐋𝐈𝐎 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐄 𝐯𝐬 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐋𝐈𝐎 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐑𝐈𝐎
Nel momento più critico della crisi, si è aperta una divergenza strutturale tra il petrolio “cartaceo” (futures, derivati, benchmark finanziari) e il petrolio reale, quello fisicamente consegnabile. 
L’elemento chiave è stata la decisione dell’Arabia Saudita — attore centrale del mercato — di applicare un premio record sul proprio greggio rispetto ai benchmark finanziari.
Tradotto: i prezzi di mercato “ufficiali” hanno iniziato a perdere aderenza con la realtà fisica. 
𝐈𝐋 𝐌𝐄𝐒𝐒𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐈𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐑𝐈𝐘𝐀𝐃𝐇
Il segnale è stato estremamente chiaro, anche se non formalizzato: il sistema finanziario può continuare a scambiare petrolio “virtuale” in quantità teoricamente infinite. Ma l’accesso al petrolio reale richiede un prezzo diverso, determinato dal venditore, non dai mercati derivati. 
È un passaggio sottile, ma strategicamente dirompente.

𝐋’𝐈𝐌𝐏𝐀𝐓𝐓𝐎 𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄𝐌𝐈𝐂𝐎: 𝐈𝐋 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐃𝐎𝐋𝐋𝐀𝐑𝐎 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐒𝐈𝐎𝐍𝐄
Questo meccanismo mette in discussione uno dei pilastri dell’ordine economico gl obale:  il sistema “petrodollaro”. Per decenni, il petrolio è stato prezzato e scambiato in dollari, i surplus dei paesi produttori sono stati reinvestiti in US Treasuries, e, in ultimo,il mercato energetico ha funzionato come assorbitore globale della liquidità emessa dalla Federal Reserve. 
Un equilibrio che ha permesso agli USA di sostenere deficit strutturali senza crisi immediate.
𝐐𝐔𝐀𝐋’𝐄’ 𝐈𝐋 𝐑𝐈𝐒𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐖𝐀𝐒𝐇𝐈𝐍𝐆𝐓𝐎𝐍?
Qualora il prezzo del petrolio reale sfugga al controllo dei mercati finanziari, si ridurrebbe la capacità di indirizzare e stabilizzare i flussi globali di capitale, si incrina il meccanismo di riciclo dei petrodollari, e si aprirebbe la possibilità che i produttori inizino a determinare autonomamente prezzi e condizioni. 
Non è solo un problema energetico. È un problema di potere sistemico. 

L𝙀𝙏𝙏𝙐𝙍𝘼 𝘼𝙇𝙏𝙀𝙍𝙉𝘼𝙏𝙄𝙑𝘼 𝘿𝙀𝙇𝙇𝘼 𝘿𝙀-𝙀𝙎𝘾𝘼𝙇𝘼𝙏𝙄𝙊𝙉
In questa lettura, la frenata americana in Iran non appare come debolezza militare, ma come ritirata strategica preventiva per evitare una frattura irreversibile del sistema finanziario globale. Perché oltre una certa soglia, il rischio non è più perdere una guerra regionale.
È perdere il controllo dell’architettura economica che sostiene la proiezione di potenza americana.
Se questa ipotesi è corretta, allora il vero evento non è la fine (temporanea) della crisi con l’Iran. È il fatto che, quasi senza dichiarazioni ufficiali, il mercato del petrolio abbia iniziato a sottrarsi alla sua dimensione puramente finanziaria.
E quando il prezzo dell’energia torna ad essere deciso dal produttore — e non dal sistema — non cambia solo il mercato. Cambia l’equilibrio del potere globale.» #FrancescoFerrante

09 aprile 2026

Il più grande furto fallito

𝗜𝗟 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗙𝗨𝗥𝗧𝗢 𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔. 𝗙𝗔𝗟𝗟𝗜𝗧𝗢

𝗱𝗶 𝗧𝗮𝗵𝗮𝗿 𝗟𝗮𝗺𝗻𝗶

Proviamo a raccontare questa storia dall'inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.

Un F-15E americano viene abbattuto sopra l'Iran. I due membri dell'equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.

Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 americani - aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio - vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell'Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l'interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.

A 35 chilometri da quella pista c'è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un'ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell'AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell'Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere "alta fiducia" nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l'uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.

I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L'uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 kg ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un'ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza.

Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l'accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva dichiarato pubblicamente, settimane prima, di voler "esfiltrare" l'uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.

La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d'identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell'US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale americano con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 km dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull'identità del pilota "salvato", che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia.

Poi c'è il dettaglio più brutale di tutti: all'interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un'autodistruzione controllata - la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito - prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c'è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto "nessun americano ferito o ucciso".

Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l'operazione "potrebbe essere stata" una copertura per rubare l'uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato - non un'accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano - che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan?

L'Iran chiama questo evento la "seconda Tabas" riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e 8 soldati morti. Allora come oggi: aerei americani distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi.

La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare.

Se tutto questo è vero - e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti - siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: un tentativo americano di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento - Amanda M. Ryder - che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire.

Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano.
Ferdinando Caputo

19 febbraio 2026

Sea Watch risarcita

Un blocco della nave costato 76 mila euro. Lo Stato italiano dovrà risarcire la ong Sea Watch per il fermo "illegittimo" dell'imbarcazione umanitaria capitanata da Carola Rackete, la Sea Watch 3, che il 29 giugno del 2019 ha forzato il divieto di sbarco facendo attraccare oltre 40 migranti a Lampedusa. Erano i tempi della "politica dei porti chiusi" con Matteo Salvini al Viminale.

La decisione arriva dal tribunale di Palermo, che ha optato per un risarcimento delle spese patrimoniali comprese tra ottobre e dicembre di quell’anno: una serie di costi sostenuti fra quelli legali, portuali, di agenzia e il carburante per mantenere la nave attiva. “Il risarcimento a Sea-Watch dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt'altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti”, è il commento della portavoce dell’ong, Giorgia Linardi. Che poi prende di mira Palazzo Chigi: “Mentre sulle navate italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo, invece di lavorare per evitare tragedie future, individua ancora una volta nelle ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall'altra parte. C'è chi la chiama arroganza e chi giustizia".
L'Espresso 

12 febbraio 2026

La legge del male

LA LEGGE DEL MALE 

(Da Il Manifesto)
Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. 
Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. 
Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni.

BLOCCO NAVALE DELLE ONG, LA DESTRA TORNA ALLA CARICA 

Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.

L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.

COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.

Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.

DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».

Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.

PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale», dice il ddl. Sarebbe il minimo, ma dovrebbe essere vero: saremmo già un passo avanti. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari (dovranno essere «incardinati» nell’ufficio, escludendo così professionisti legali e sanitari necessari ad accertare le violazioni dei diritti).

Il ddl introduce poi una serie di reati per cui i giudici hanno l’obbligo di espellere i migranti: intimidazioni con armi da fuoco; delitti contro l’assistenza familiare; furto; reati informatici; violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale aggravata (contestata spesso in occasione delle manifestazioni di piazza). Anche in questi casi, comunque, resteranno i motivi di inespellibilità previsti dal testo unico immigrazione.

ALLA FINE è saltata la «norma Almasri» sulla consegna di uno straniero allo Stato di appartenenza in caso di «pericolo per la sicurezza nazionale» o «compromissione delle relazioni internazionali». Secondo il governo la decisione andava considerata un atto politico, dunque insindacabile dai giudici. Il Colle aveva sottolineato possibili contrasti con i trattati internazionali già quando la norma era comparsa nel decreto legge, deve aver insistito perché è sparita anche dal ddl.

Giansandro Merli

20 gennaio 2026

Invaderà anche la Norvegia?

Invaderà anche la Norvegia?
Michele Serra
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori. Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane. Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente. So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.

27 novembre 2025

Canarie nella black-list

Le Canarie sono entrate nella "lista dei paesi da non visitare" nel 2026

Abbiamo appreso che le Isole Canarie sono state inserite da Fodor's Travel nella famosa “Fodor’s No List 2026”, la lista delle destinazioni che il portale consiglia di non visitare nell’anno prossimo. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Fodor's Travel è una delle più note e longeve realtà dedicate alle guide e alle informazioni di viaggio a livello mondiale. Parliamo di un portale molto seguito dagli appassionati di viaggi, fondato nel 1949 da Eugene Fodor, che oggi può contare su oltre 700 scrittori ed esperti locali in tutto il mondo per produrre guide dettagliate e aggiornate. In Italia non è molto popolare, ma nel mondo anglofono, nel nord Europa e in Asia è considerato un riferimento. Insomma, un sito che può davvero influenzare l’opinione pubblica.

La “Fodor’s No List 2026” non nasce per boicottare il turismo o “vietare” certi luoghi, ma per mettere in evidenza le destinazioni dove l’overtourism sta diventando un problema serio. E quest’anno tra queste ci sono finite anche le Isole Canarie. Sul portale è comparso un lungo articolo che spiega nel dettaglio le ragioni di questa scelta.

Riassumiamo i punti principali

Le Canarie — da Tenerife a Fuerteventura — sono amate per il clima perfetto, la movida, la gastronomia e i paesaggi da catalogo. Sono mete ideali sia d’estate che d’inverno. Proprio questo, però, le sta portando a soffrire di overtourism. Solo nella prima metà del 2025 l’arcipelago ha registrato 7,8 milioni di visitatori, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Cosa comporta questo per chi vive qui? Prezzi alle stelle, affitti ormai fuori portata e un’enorme pressione ambientale. La “normalità” quotidiana dei residenti è sempre più a rischio, al punto che sono nate proteste e manifestazioni con lo slogan “Canarias tiene un límite”.

Il turismo, certo, continua a essere una fonte di reddito per molti, ma per chi non lavora nel settore sta diventando soprattutto un peso e un limite. L’associazione ambientalista ATAN (Asociación Tinerfeña de Amigos de la Naturaleza) ha spiegato: “Stiamo perdendo la nostra identità, la nostra cultura e, in definitiva, il nostro diritto a esistere come comunità. Il turismo è diventato illimitato, orientato alla massa e in gran parte low-cost, un turismo di massa che non viene per scoprire realmente le isole, ma per consumare un finto scenario”.

Ci sarà un impatto sul turismo?

Entrare nella lista delle mete sconsigliate di Fodor avrà conseguenze sui flussi turistici? Difficile immaginare un crollo delle presenze, ma qualche effetto ci sarà. La maggior parte delle persone non si lascia influenzare da questi avvisi, ma una minoranza più attenta ai temi ambientali e sociali — molto in voga negli ultimi anni — potrebbe effettivamente scegliere altre destinazioni. Di certo non è una gran pubblicità per l’arcipelago come meta turistica.

19 novembre 2025

L’Italia si sta spegnendo



L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.

I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.

Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.

Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.

Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.

La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.

Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.

L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.

A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”

No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.

La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.

Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.

E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato  posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.

Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.

L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.

Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.

E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.

E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.

Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.

Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda."

(Da Timostene, utente SandroR- su X)