12 febbraio 2026

La legge del male

LA LEGGE DEL MALE 

(Da Il Manifesto)
Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. 
Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. 
Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni.

BLOCCO NAVALE DELLE ONG, LA DESTRA TORNA ALLA CARICA 

Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.

L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.

COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.

Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.

DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».

Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.

PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale», dice il ddl. Sarebbe il minimo, ma dovrebbe essere vero: saremmo già un passo avanti. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari (dovranno essere «incardinati» nell’ufficio, escludendo così professionisti legali e sanitari necessari ad accertare le violazioni dei diritti).

Il ddl introduce poi una serie di reati per cui i giudici hanno l’obbligo di espellere i migranti: intimidazioni con armi da fuoco; delitti contro l’assistenza familiare; furto; reati informatici; violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale aggravata (contestata spesso in occasione delle manifestazioni di piazza). Anche in questi casi, comunque, resteranno i motivi di inespellibilità previsti dal testo unico immigrazione.

ALLA FINE è saltata la «norma Almasri» sulla consegna di uno straniero allo Stato di appartenenza in caso di «pericolo per la sicurezza nazionale» o «compromissione delle relazioni internazionali». Secondo il governo la decisione andava considerata un atto politico, dunque insindacabile dai giudici. Il Colle aveva sottolineato possibili contrasti con i trattati internazionali già quando la norma era comparsa nel decreto legge, deve aver insistito perché è sparita anche dal ddl.

Giansandro Merli

20 gennaio 2026

Invaderà anche la Norvegia?

Invaderà anche la Norvegia?
Michele Serra
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori. Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane. Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente. So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.

27 novembre 2025

Canarie nella black-list

Le Canarie sono entrate nella "lista dei paesi da non visitare" nel 2026

Abbiamo appreso che le Isole Canarie sono state inserite da Fodor's Travel nella famosa “Fodor’s No List 2026”, la lista delle destinazioni che il portale consiglia di non visitare nell’anno prossimo. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Fodor's Travel è una delle più note e longeve realtà dedicate alle guide e alle informazioni di viaggio a livello mondiale. Parliamo di un portale molto seguito dagli appassionati di viaggi, fondato nel 1949 da Eugene Fodor, che oggi può contare su oltre 700 scrittori ed esperti locali in tutto il mondo per produrre guide dettagliate e aggiornate. In Italia non è molto popolare, ma nel mondo anglofono, nel nord Europa e in Asia è considerato un riferimento. Insomma, un sito che può davvero influenzare l’opinione pubblica.

La “Fodor’s No List 2026” non nasce per boicottare il turismo o “vietare” certi luoghi, ma per mettere in evidenza le destinazioni dove l’overtourism sta diventando un problema serio. E quest’anno tra queste ci sono finite anche le Isole Canarie. Sul portale è comparso un lungo articolo che spiega nel dettaglio le ragioni di questa scelta.

Riassumiamo i punti principali

Le Canarie — da Tenerife a Fuerteventura — sono amate per il clima perfetto, la movida, la gastronomia e i paesaggi da catalogo. Sono mete ideali sia d’estate che d’inverno. Proprio questo, però, le sta portando a soffrire di overtourism. Solo nella prima metà del 2025 l’arcipelago ha registrato 7,8 milioni di visitatori, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Cosa comporta questo per chi vive qui? Prezzi alle stelle, affitti ormai fuori portata e un’enorme pressione ambientale. La “normalità” quotidiana dei residenti è sempre più a rischio, al punto che sono nate proteste e manifestazioni con lo slogan “Canarias tiene un límite”.

Il turismo, certo, continua a essere una fonte di reddito per molti, ma per chi non lavora nel settore sta diventando soprattutto un peso e un limite. L’associazione ambientalista ATAN (Asociación Tinerfeña de Amigos de la Naturaleza) ha spiegato: “Stiamo perdendo la nostra identità, la nostra cultura e, in definitiva, il nostro diritto a esistere come comunità. Il turismo è diventato illimitato, orientato alla massa e in gran parte low-cost, un turismo di massa che non viene per scoprire realmente le isole, ma per consumare un finto scenario”.

Ci sarà un impatto sul turismo?

Entrare nella lista delle mete sconsigliate di Fodor avrà conseguenze sui flussi turistici? Difficile immaginare un crollo delle presenze, ma qualche effetto ci sarà. La maggior parte delle persone non si lascia influenzare da questi avvisi, ma una minoranza più attenta ai temi ambientali e sociali — molto in voga negli ultimi anni — potrebbe effettivamente scegliere altre destinazioni. Di certo non è una gran pubblicità per l’arcipelago come meta turistica.

19 novembre 2025

L’Italia si sta spegnendo



L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.

I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.

Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.

Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.

Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.

La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.

Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.

L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.

A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”

No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.

La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.

Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.

E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato  posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.

Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.

L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.

Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.

E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.

E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.

Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.

Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda."

(Da Timostene, utente SandroR- su X)

09 novembre 2025

Arriva il gelato a Montecitorio

Sei milioni di italiani non possono curarsi, 1,5 milioni in più dell’anno prima (dati ISTAT). L’Italia è il peggior Paese dell’Eurozona per calo dei salari reali dal 2021 (-7,5%). Il governo Meloni decide di dare l’85% delle risorse del taglio Irpef ai più ricchi.

Intanto, alla Camera, su richiesta dei deputati, si installano un banco frigo per la vendita di di gelato artigianale per migliorare la qualità della pausa parlamentare. Tutto deciso nei minimi dettagli: i gusti saranno sei, a rotazione in base alla disponibilità e serviti in coppetta.

Un’inezia rispetto a tanto malgoverno.
Ma indizio tragicomico di una classe politica completamente scollegata dai problemi del popolo.

23 ottobre 2025

Vietato criticare Meloni

La perorazione e lo sconcerto di Romano Prodi e Tiziano Treu non hanno smosso di un millimetro la neo segretaria Cisl Daniela Fumarola. Né l’appello accorato di due “padri” del sindacato come Giorgio Benvenuto e Savino Pezzotta, ex segretari Uil e Cisl.

Niente da fare, lei tira dritto: lo studioso Francesco Lauria, pezzo pregiato del Centro studi nazionale Cisl di Firenze, saggista esperto di mercato del lavoro, resta sotto provvedimento disciplinare, e procede dritto verso il licenziamento.

Lauria ha fatto una cosa che in Cisl non si può più fare: criticare il governo di Giorgia Meloni. Tanto meno ora che è il sindacato di rifermento di palazzo Chigi.

Il casus belli è la nuova edizione di un vecchio libro, La lunga marcia della Cisl 1950-2010, di Guido Baglioni, professore alla Bicocca di Milano e grande esperto di relazioni industriali. La casa editrice della Cisl, Edizioni Lavoro, decide di ripubblicarlo. Lauria riceve l’incarico di affiancare il professore nell’aggiornamento.

Solo che «alla consegna della bozza», racconta, «alcune minime critiche al governo Meloni, peraltro nella parte del libro scritta da Baglioni e non da me, hanno fatto sì che la pubblicazione non venisse stampata». I due “bonificano” il testo. Ma finisce a carte bollate fra Lauria e Ignazio Ganga, segretario confederale, che gli annuncia la richiesta di pignoramento della casa per danni d’immagine.

Al ricercatore arriva un procedimento disciplinare, il 15 settembre, corredato di 25 contestazioni. Segue chiarimento con i vertici Cisl. Arriva un altro procedimento – il 7 ottobre – con «sospensione cautelativa» dal lavoro e divieto di accesso alle sedi sindacali, e 21 nuove contestazioni, ricavate in gran parte da articoli e riflessioni.

Leggi l'articolo integrale di Daniela Preziosi sul nostro sito

04 ottobre 2025

Perché nessuno critica Israele

Se c’è una cosa che i governi occidentali, Italia inclusa, sembrano voler evitare con ogni mezzo è uno scontro diretto con Israele. Anche quando l’evidenza dei fatti — dai bombardamenti su Gaza agli attacchi alle missioni umanitarie — renderebbe legittime domande scomode, la reazione ufficiale resta cauta, sfumata, o del tutto silente. Non è solo una questione di geopolitica o di rapporti storici. È anche — e forse soprattutto — una questione di infrastrutture digitali. Perché negli ultimi vent’anni, Israele è diventato la “cassaforte informatica” dell’Occidente: è nei software israeliani che girano, si archiviano e si proteggono alcune delle informazioni più sensibili di governi, ministeri, forze dell’ordine e servizi segreti europei. Una sorta di "scatola nera", insomma.

Israele ha costruito nel tempo un ecosistema tecnologico militare unico al mondo, frutto dell’intreccio tra università, esercito e intelligence. È dal reparto di élite del Mossad per la cyber–intelligence, considerata la “Silicon Valley della guerra digitale” che provengono molto spesso fondatori e dirigenti di decine di startup e colossi dell’hi-tech che sviluppano strumenti di sorveglianza, intercettazione, profilazione e controllo dei dati venduti ai governi occidentali sotto forma di “sicurezza nazionale”.

Senza dimenticare poi quei software capaci di trasformare un semplice smartphone in un microfono permanente senza lasciare traccia (numerosi giornalisti italiani e non, ne sanno qualcosa). Fatti che dimostrano al mondo quanto sia sottile il confine tra protezione e spionaggio. Dopo i recenti scandali, il problema non è scomparso: è solo diventato più invisibile.

Ci sono Paesi che usano prodotti israeliani per gestire dati classificati. Se volessero, gli israeliani avrebbero la mappa completa delle vulnerabilità digitali dell’intero continente europeo. Non è detto che lo facciano, ma è tecnicamente possibile. E questo basta e avanza per tenere tutti i governi occidentali in silenzio.

L'Espresso