30 novembre 2011

due italiani su tre hanno difficoltà nel comprendere quel che leggono


In Italia non siamo all’emergenza analfabetismo, ma è un dato di fatto che due persone su tre non sono ancora in grado di comprendere con pienezza il significato di un testo di media difficoltà. A ricordarlo, durante  un convegno a Firenze dal titolo 'Leggere e sapere: la scuola degli italiani', è statoTullio De Mauro, linguista ed ex ministro dell’Istruzione,.

Il quadro statistico appare veramente deludente. “Il 71% della popolazione - ha ricordato De Mauro - si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà. Il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell'analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ce lo dicono due recenti indagini internazionali, ma qui da noi nessuno sembra voler sentire”.
L’allarme e la forte preoccupazione espresse da Tullio De Mauro investono direttamente il nuovo Governo Monti, “che al momento sembra aver dimenticato l’istruzione”, afferma il linguista dell’Università La Sapienza di Roma, già Ministro della pubblica istruzione. “Il presidente del Consiglio, nel suo discorso, ha parlato velocemente di rialzare il livello della formazione dei lavoratori”. Un ammonimento, quello di De Mauro, che non chiude alla speranza: “Giolitti non parlava mai di istruzione, ma fece cose importanti. Non occorre parlare tanto, basta fare”.
Ma quali fattori possono aver condotto verso un quadro generale, secondo cui solo il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale? Per gli esperti, i dati illustrati da De Mauro, discenderebbero da un indebolimento strutturale della nostra società, dopo la fase storica, tra anni Cinquanta e anni Ottanta-Novanta. E non basta dire che “il livello di scolarità è cresciuto fino ad una media di dodici anni di scuola per ogni cittadino, contro i tre anni a testa, in media, del ’51”. La situazione è davvero grave, ha osservato De Mauro, “più grave ancora è che nessuno se ne stia occupando e affronti la questione seriamente, se non un gruppo di stimabili economisti, appunto, tra i quali il nuovo Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Eppure i fatti sono lì e lì rimangono”. E non deve ingannare l’attuale scolarizzazione di massa, già ravvisabile a livello di scuola dell’infanzia: malgrado il fenomeno, almeno in Italia, non abbia precedenti, De Mauro è convinto che esista il pericolo concreto di una “regressione alfanumerica dilagante tra le persone di età adulta: come rilevato da alcuni economisti – ha detto il linguista - è da collegare con il ristagno economico italiano”. Viene da chiedersi cosa accadrà ora, con la crisi che rischia fortemente di allargarsi a macchia d’olio, colpendo anche i Paesi del vecchio Continente che fino a qualche tempo fa tutti reputavano invulnerabili.



di A.G.
29/11/2011 da Tecnica della scuola

29 giugno 2011

Il Dilemma del debito

Moody's minaccia di ridurre il rating delle maggiori banche italiane e forse anche quello del debito sovrano
del nostro Paese. Si prospetta all' orizzonte una nuova crisi europea con l'Italia - non la Spagna, il Portogallo o l'Irlanda - al centro del tifone finanziario? Sembrerebbe di sì a giudicare dal crollo delle quotazioni delle banche di venerdì scorso.

Una lettura attenta dei motivi che hanno spinto Moody' s a prendere questa decisione ci dice che la nostra economià è un malato terminale e che per anni il governo ci ha raccontato una favola: non è infatti vero che non potremmo finire come la Grecia. Il debito è ingestibile! Prima che ciò avvenga sarebbe bene fare chiarezza e preparare un piano strategico. Ed allora perché non usare le esperienze di altri Paesi per formularlo?

La Grecia e anche noi dovremmo guardare a quelle nazioni che hanno scelto la strada della bancarotta volontaria e che l'hanno percorsa in modo razionale, ad esempio l'Islanda. Questa settimana l'Islanda è ricomparsa sui mercati internazionali dei capitali con un'emissione che ha piazzato senza problemi a un tasso d'interesse appena superiore al 3%, più basso di quello che i mercati oggi chiedono a noi.
Lo stesso ragionamento vale per il Dubai, tornato sui mercati dei capitali pochi mesi fa dopo una ristrutturazione del debito volontaria, avvenuta con la garanzia del ricco Abu Dahbi.
L'Argentina, invece, che per tre anni ha dato retta al Fondo monetario internazionale e ha seguito un percorso simile a quello della Grecia, alla fine è precipitata nella bancarotta disordinata. Dopo dieci anni non ha ancora finito di restituire il debito ed è ancora esclusa dai mercati dei capitali.

Onorare il debito, per Islanda, Dubai e Argentina era una mission impossible, perché le dimensioni erano enormi. Le prime due l'hanno accettato, la seconda ha tentato l'impossibile: non è forse quello che tutti pensano della Grecia, il cui rating è 'ormai sotto il cosidetto debito "spazzatura"? E non è quello che Moody's sta dicendo anche a noi?
All'inizio del 2008 il debito islandese era mille volte il PiI. Ma il vero problema erano gli interessi che succhiavano risorse alla ripresa dell'economia.
Nei tre anni in cui l'Argentina cercò di onorare il debito, l'economia si contrasse dell'8,4% con successiva diminuzione del gettito fiscale e inevitabile aumento della percentuale del debito rispetto al PiI. Un circolo vizioso. Proprio quello che è successo in Grecia negli ultimi dodiçi mesi dove a detta del Fmi dal 2008 l'economia si è contratta del 9,3%.

Quando finalmente l'Argentina gettò la spugna, successe il finimondo: nel 2002 il Pil perse 1'11 %. Ma l'anno dopo ricominciò a crescere e secondo gli ultimi dati pubblicati dal Fondo monetario, dal 2003 lo ha fatto con un tasso medio del 7.4%. La catastrofe economica ebbe altri effetti benefici: spazzò via la vecchia classe politica che aveva messo il Paese nelle mani dei banchieri e dell'alta finanza internazionale e la sostituì con un governo che si impegnò a ricostruire il Paese per gli argentini, non per gli speculatori e le elite locali.

In Islanda avvenne la stessa cosa e la popolazione votò una nuova coalizione guidata da una manciata di donne che introdussero riforme radicali. Divisero le banche deficitarie in due sezioni: quella straniera, dove confluirono i debiti degli investitori esteri, e quella nazionale con i soldi degli islandesi. Il governo garantì solo quest'ultima e ristrutturò i debiti della prima. Il sistema bancario si ridusse dell' 80%, ma l'economia non venne privata del contante necessario per riprendere a crescere

La sventura della Grecia è l'euro e, ahimé, è la stessa dell'Italia. L'aver abusato i vantaggi della moneta unica ci ha portati sull' orlo del baratro. Per difendere questa valuta Bruxelles è disposta a sacrificare l'intera popolazione greca e se necessario anche quella italiana.

Secondo il Fmi le previsioni per la Grecia sono di una crescita anemica, perché dal 2011 un quarto del Pil servirà a pagare gli interessi sul debito. Argentina e Islanda invece posticiparono questi pagamenti e usarono tutte le proprie risorse per far ripartire l'economia. Con alle spalle dieci anni di crescita anemica, anche noi finiremmo per lavorare solo per pagare l'interesse sui debiti che una classe politica scellerata ha accumulato.

L'euro è una camicia di forza che sta strangolando la Grecia e le impedisce di svalutare la moneta, come fece l'Argentina e l'Islanda. Questa è una verità che ormai tutti conoscono ma nessuno ammette. Perché? Se la Grecia uscisse dall'Euro, lo stesso potrebbero fare anche Portogallo, Irlanda e forse anche Spagna e Italia, nazioni che troverebbero nella svalutazione l'ossigeno necessario per ricominciare a crescere. Ma se l'euro dovesse spaccarsi, chi lo manterrebbe? Le economie più solide come Germania e Olanda si troverebbero in mano una moneta diversa, molto forte, con tendenze alla rivalutazione. Ne soffrirebbero le esportazioni tedesche e francesi all'interno della Ue ma anche nel resto del mondo, poiché il nuovo euro nel medio periodo si rivaluterebbe rispetto a dollaro e yen.

La popolazione greca ha dunque ragione a voler cacciare da casa propria gli stranieri provenienti da Washington e Bruxelles, a rifiutare di pagare gli errori di politici corrotti, incompetenti e assetati di potere.

Possibile che Moody's stia dicendo a noi italiani la stessa cosa? Una domanda su cui riflettere

Loretta Napoleoni
Economista
L'Unità martedì 28 giugno 2011

13 marzo 2011

Chicco Testa, l’autogol di un neo-nuclearista

Chicco Testa come Pablo Picasso. Prima c’è stato il periodo verde di Legambiente, adesso quello grigio in veste di nuclearista convinto. Chi fosse rimasto lontano dall’Italia per venticinque anni, vedendoselo davanti venerdì sera in un dibattito sul nucleare si sarebbe aspettato un paladino della lotta all’atomo. E invece no, Testa era ospite di La7 come ambasciatore del nucleare: “Gli impianti hanno dimostrato di tenere botta, chi trae spunto dalla tragedia del Giappone per dare vita a una polemica politica è uno sciacallo. Vedremo nei prossimi giorni, ma sono fiducioso”, taglia corto Testa. Dopo una manciata di ore ecco l’esplosione a Fukushima.

È lo stesso Testa che nel 1987, al termine della vincente campagna referendaria anti-nucleare da lui guidata, aveva dichiarato: “Il risultato è di grandissimo interesse politico. La battaglia è stata dura per i grossi interessi in campo”. I maligni notano che una sola cosa è rimasta immutata nelle due dichiarazioni: il tono perentorio, che non ammette repliche.

Già, Testa non ama essere contraddetto, come quando le telecamere della Rai registrarono un simpatico fuori onda. Il geologo Mario Tozzi osò insinuare che qualcuno forse con il ritorno del nucleare in Italia si riempiva le tasche. Testa sibilò: “Non ti permettere di dire che io guadagno dei soldi perché ti spacco la faccia, è chiaro?”.

Chissà come ha reagito ieri Testa ai messaggi, non esattamente amichevoli, che dopo l’intervento televisivo gli sono piovuti sui suoi blog. I vecchi compagni di battaglie e i nemici del nucleare non gli perdonano la svolta a “u” dopo gli esordi ambientalisti.

Era il periodo verde, quello. Testa ne ha attraversati parecchi: dopo gli inizi nel Pci, il periodo rosso – pure se Chicco giocò sempre da fantasista sfidando l’ortodossia del partito – arrivò il periodo che si potrebbe definire rosa, con l’elezione in Parlamento con Pci e Pds.

Poi il grande salto: nonostante qualcuno gli rimproverasse la laurea in filosofia – in fondo ce l’ha anche Sergio Marchionne – e l’inglese scolastico, Testa diventa manager. Il suo pigmalione è Francesco Rutelli, compagno di tennis: il neo sindaco di Roma mette Testa alla guida dell’Acea che gestisce il gas e l’acqua nella Capitale. Nel 1996 il centrosinistra di Romano Prodi conquista il Governo e Chicco Testa va alla presidenza dell’Enel (voluto, si disse, da Massimo D’Alema). Un ambientalista alla guida di un colosso dell’energia, una scelta che fece storcere qualche naso, ma suscitò speranze. Testa restò per due mandati, accompagnato da qualche polemica sul suo stipendio (nel 2000 dichiarò un reddito di 1,8 miliardi di lire).

Poi arriva Berlusconi e Testa salta. Ed ecco che l’ambientalista-manager di origine bergamasca deve reinventarsi. Ma Testa, oltre alle indubbie capacità, ha molti amici nella politica e nei salotti, come riportano le cronache mondane. Così si butta nel business ambientale con Franco Bernabè. Nel frattempo Walter Veltroni gli offre la guida della Sta (società dei parcheggi) e poi di Metroroma.

Le visure della Camera di Commercio su Chicco Testa riempirebbero un libro: le cariche nei consigli di amministrazione, tra attive e cessate, sono 57. Si va da Rotschild ad Allianz, dal Lloyd Adriatico alla Riello, passando per la Sogin (che cura lo smantellamento delle centrali nucleari).

Non mancano imprese nel settore delle energie alternative fino alla Calabria e squadre di pallavolo. Per finire con una società agricola in compagnia di Franco Bassanini, che gestisce una tenuta vicino a Capalbio. Si chiama “La Capriola”, nome forse voluto da Testa.

Nel curriculum su Facebook, Testa si definisce Managing director di Rotschild. Un’avventura importante, sempre con Bernabè, dove Testa può far valere le sue competenze e anche la conoscenza del mondo politico.

Nel luglio 2010 eccolo assumere le inediti vesti di presidente del Forum Nucleare Italiano, organizzazione non a scopo di lucro che dovrebbe contribuire al dibattito sul nucleare.
A gennaio parte una campagna informativa sull’energia atomica che si definisce “obiettiva” anche se a finanziare il Forum sono Alstom, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, Eon, Edf, Edison, Enel, Federprogetti, Gdf Suez, Sogin, Stratinvest Ru, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Westinghouse. Tante industrie interessate al nucleare.

Questo gli antichi compagni non perdonano a Testa, che oggi si definisce “apolide di sinistra”. Ma lui è tranquillo: il suo proverbio preferito, ricorda su Facebook, è “perdona agli altri quello che riesci a perdonare a te stesso”.

di Ferruccio Sansa
da Il fatto quotidiano del 13 marzo 2011

Francia-Italia, a chi conviene il nucleare di terza generazione

Giappone e Italia. Il primo, una delle potenze nucleari civili a livello mondiale. L’Italia, invece, senza atomo. Una differenza importante alla luce di quanto avvenuto a Fukushima. Ma nelle previsioni di Silvio Berlusconi le cose dovrebbero cambiare. Sì, il ritorno al nucleare con la collaborazione tecnologica della Francia: non se ne parla quasi più, ma l’argomento resta d’attualità.

Di sicuro a Parigi non se lo sono dimenticato. Soprattutto negli uffici di Edf (Electricité de France), il colosso energetico pubblico, leader mondiale nella gestione di reattori e ormai sempre più forte anche nella concezione e costruzione delle centrali (assieme ad Areva, altro gruppo controllato dallo Stato francese).
Nel febbraio 2009 Italia e Francia, ovvero Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy, conclusero un accordo intergovernativo corredato da due memorandum of understanding sottoscritti da Edf e Enel, tutti con l’obiettivo di accrescere la cooperazione nel settore. Nel concreto si prevede la costruzione di quattro reattori sul suolo italico del tipo Epr, quelli di terza generazione (l’ultima), tanto potenti quanto costosi. Edf ne sta già costruendo uno (con ritardi e difficoltà) a Flamanville, in Normandia. E Areva un altro in Finlandia, che dovrebbe diventare il primo esemplare di Epr funzionante nel mondo. Ma il cantiere va avanti con difficoltà ancora maggiori rispetto a Flamanville, a colpi di ritocchi verso l’alto del budget.

Ritorniamo all’Italia. Nonostante queste premesse (e nonostante svariati dubbi sulla sicurezza di queste «Ferrari» dell’atomo civile) Silvio e Nicolas hanno deciso che la sismica Italia non poteva fare a meno del nucleare. I francesi spingono tanto più dopo aver perso nel dicembre 2009 una preziosa commessa per la costruzione di quattro reattori negli Emirati arabi uniti a vantaggio di un consorzio sudcoreano che proponeva tecnologie forse meno sofisticate ma a un terzo in meno del prezzo proposto da Edf e dai colleghi francesi.

Il primo reattore italiano dovrebbe diventare operativo nel 2020, dotato di una capacità di 1600 megawatt, la stessa prevista per ognuno degli altri tre, che saranno costruiti a ruota. Questo, ovviamente, sulla carta, perché nel frattempo a Roma, coma al solito, si è perso tempo, soprattutto a causa della lunga parentesi del dicastero dello Sviluppo economico senza ministro, in seguito alle dimissioni di Claudio Scajola, che aveva fino a quel momento gestito il dossier. Poco prima che se ne andasse, un altro accordo collegato ai precedenti era stato concluso, fra Areva e Ansaldo (Finmeccanica), ancora di collaborazione nelle tecnologie nucleari. Senza contare le resistenze delle regioni, anche quelle governate dalla maggioranza di governo, che sul loro territorio non accetterebbero mai la costruzione di un impianto.

A Parigi, in ogni caso, il business è in testa alle priorità. Sempre più in difficoltà a vendere il suo Epr in giro per il mondo, Edf spera ancora che il dossier vada avanti e che si arrivi alla prevista joint venture paritetica con Enel per la progettazione e la costruzione dei quattro reattori. Ci punta in particolare Henri Proglio, che nel frattempo, alla fine del 2009, è diventato amministratore delegato del gruppo. Da una parte è un fedelissimo di Sarkozy, dall’altra è di origini italiane, con notevoli entrature nel potere romano. E’ lo stesso che vorrebbe prendere il pieno controllo di Edison, secondo gruppo italiano nel settore dell’elettricità, proprio dietro a Enel. Dalla metà degli anni Duemila Edf già detiene il 49,99% del capitale della società, per il resto nelle mani di A2A. Ora i francesi vorrebbero compiere il cosiddetto salto di qualità. Ma negli ultimi giorni Tremonti avrebbe messo il proprio veto a un accordo in questo senso, uno smacco niente male per Proglio.

Intanto, negli ultimi tempi, Edf ha avuto diversi problemi anche negli Usa e in Germania. E ha visto il suo utile netto crollare del 74% l’anno scorso. Ha perfino dovuto ammettere qualche problema di sicurezza in diversi dei 58 reattori gestiti in Francia. Rien ne va plus. La speranza è che almeno l’Italia dia le soddisfazioni sperate. Il terremoto nipponico, però, potrebbe avere qualche riflesso sul dibattito italiano sul nucleare, nonostante la certezza esibita.

di Alessandro Verani
Il fatto quotidiano 13 marzo 2011