24 aprile 2026

La matematica è un'opinione alla Casa Bianca

Alla Casa Bianca, ieri, è andata in scena una delle pagine più memorabili della storia recente dell’amministrazione Trump.

Robert F. Kennedy Jr., ministro della Salute degli Stati Uniti d’America, ha deciso di riscrivere completamente le regole della matematica.

E davanti a un Trump che annuiva soddisfatto, ha affermato:

“Un senatore democratico mi ha detto che è matematicamente impossibile che un farmaco scenda di prezzo del 600%. E io gli ho risposto: se costa 100 e sale a 600, quello è un aumento del 600%. Se scende da 600 a 100, è un risparmio del 600%”.

E Trump, compiaciuto: “Giusto”.

In due frasi, il ministro della Salute della prima potenza mondiale è riuscito nell’impresa di sbagliare due calcoli su due.

Il primo: se un prodotto costa 100 e arriva a 600, l’aumento è del 500%, non del 600%. Le percentuali si calcolano sulla differenza rispetto al prezzo di partenza (600 − 100).

Il secondo, ancora più clamoroso: se quello stesso prodotto torna da 600 a 100, il risparmio è dell’83%. E il motivo è semplice. Il risparmio massimo possibile, nell’universo conosciuto, è il 100%. E si raggiunge quando il prodotto diventa gratis. 

Oltre il 100% significherebbe che la farmacia ti consegna il medicinale e in più ti paga per portartelo via.

Ma nel regno di Kennedy esistono farmacie magiche che ti rimborsano cinque volte il prezzo del Moment.

Il tutto certificato in diretta dal Presidente degli Stati Uniti con un solenne “giusto”.

Questi sono quelli a cui è stato consegnato il più grande sistema sanitario del pianeta.

E sono gli stessi che i nostri, da Meloni in giù, continuano a definire “modelli”.

Dormite bene.

18 aprile 2026

Intanto in Alto Adige

In Alto Adige i professori non hanno urlato. Non hanno fatto scioperi eclatanti che bloccano le strade o riempiono le piazze. Hanno fatto una cosa molto più semplice. E molto più devastante: hanno preso il contratto e lo hanno rispettato alla lettera.
Sono entrati in classe, hanno fatto lezione, hanno corretto i compiti e interrogato. Tutto perfetto, tutto regolare. Ma da quel momento in poi: niente un minuto in più. Niente progetti extra cuciti su misura di notte. Niente gite che tolgono il sonno e il weekend. Niente riunioni fiume fuori orario. Niente "lo faccio lo stesso per il bene dei ragazzi".
Tutto quello che per anni ha tenuto in piedi la scuola italiana, nell'ombra e nel silenzio, è sparito all'improvviso.
E lì il sistema è imploso. Le gite si sono fermate, i progetti sono saltati, le scuole sono andate in affanno. Perché la verità è nuda e cruda: la nostra scuola non si regge sulle leggi dello Stato, si regge sulla generosità gratuita degli insegnanti. Si regge sul loro lavoro regalato.
Quando quella disponibilità è venuta meno, il problema è diventato reale per le famiglie, per i dirigenti e per la politica. Non si poteva più far finta di niente. Risultato? La Provincia autonoma è intervenuta con soldi veri e trattative serie: aumenti fino a circa 400€ lordi al mese.
Nel resto d’Italia, mentre leggiamo questi numeri, il Ministero annuncia trionfalmente circa 163€... all’anno.
La differenza non è solo nel portafoglio. È nella dignità. In Alto Adige hanno smesso di confondere la "missione" con il volontariato non pagato. Hanno capito che un insegnante sfruttato non è un buon esempio di cittadinanza per nessuno. Finché continueremo a regalare il nostro tempo e la nostra professionalità, nessuno sentirà il bisogno di pagarla davvero. La passione non paga le bollette, e la dignità non si compra con le pacche sulle spalle.
Giuseppe Ballarò 

Non é possibile

Al Pentagono, Pete Hegseth (capo della macchina militare statunitense) ha guidato una preghiera per la guerra citando un versetto della Bibbia che non esiste.

Non esiste perché l'ha scritto Quentin Tarantino.

Non è una battuta riuscita male.
Non è un meme da social.
È successo davvero.

Il massimo responsabile della difesa USA, quello che decide blocchi navali, bombardamenti, fame, sanzioni, morte a rate, ha preso un monologo pronunciato da un sicario che sta per giustiziare un uomo disarmato e lo ha spacciato per Parola di Dio.

Il Pentagono. Generali. Ammiragli. Medaglie. E Hegseth che dice:
"Adesso leggiamo la Scrittura. Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte..."

È Samuel L. Jackson che fa il gangster.

È come se un chirurgo aprendo un torace dicesse: "Citando il professor Frank-N-Furter…"

"Eh ma di sicuro lo sapeva, era simbolico."

Certo.
Come quando tuo cugino ubriaco guida contromano "per provocazione artistica".

Il problema alla fine non è neanche la citazione.
Il problema è che crede che la violenza sia un sacramento.

Che la guerra sia una liturgia.
Che Dio sia una specie di drone morale che vola sopra il Medio Oriente e dice: "Quelli sì. Quelli no. Quelli magari."

Perché non ha detto "questa frase viene da un film".
No.
L'ha presentata come preghiera.
Come base spirituale per decisioni militari.

"Stiamo decidendo chi affamare, chi bombardare, chi cancellare…
ma prima fatemi citare un monologo inventato per dare dignità a un'esecuzione."

Non è teocrazia, è peggio: 
è cosplay religioso con armi nucleari.

Il vero versetto biblico è corto, sobrio, noioso.
Una frase.
Niente cammino dell'uomo timorato.
Niente ricercatore dei figli smarriti.
Niente contorsioni verbali sulla vendetta.

La Bibbia, quando parla di violenza, va dritta al punto.

Qui invece siamo alla teologia scritta da uno sceneggiatore strafatto di cultura pop.

Gli USA non sono solo armati fino ai denti, ma si raccontano la guerra come una serie TV, il nemico come un cattivo Marvel e Dio come voce fuori campo.

Quando confondi la Bibbia con un film,
non stai sbagliando citazione: stai confessando che per te la realtà è finzione.

Prima parla di blocchi navali, poi di adorazione.

Blocchi navali = fame.
Adorazione = Dio.
Stessa frase.

È la versione aggiornata delle Crociate, ma scritta da uno che crede di essere un guerriero templare con il microfono.

Poi si stupiscono se il resto del mondo guarda agli USA come si guarda a un pazzo con una tanica di benzina in mano e un accendino acceso.

Questo non è un incidente.
È una radiografia.

Rivela un potere che non distingue la fede dalla propaganda, non distingue il cinema dalla realtà e sopratutto non distingue Dio dalla vendetta.

Quando chi decide della guerra prega con le battute di un sicario immaginario, non "ha perso i valori": ha perso il contatto con la realtà.
Antonio Micciulli 

17 aprile 2026

Il colpo delle 6:50

La domanda è: quante volte può un uomo fabbricare il panico, vendere il sollievo, e chiamare tutto questo “negoziato”?

Ore 6:50 del mattino, ora di New York. Il premarket è un deserto. Liquidità sottile, volumi rarefatti, quella quiete piatta che precede l’apertura di Wall Street e in cui anche un ordine modesto può muovere i prezzi. Nessun dato macro in uscita, nessuna headline dai mercati asiatici — che anzi hanno appena chiuso in un bagno di sangue: il Kospi sudcoreano a -6,5%, il Nikkei di Tokyo a -3,5%, l’Hang Seng di Hong Kong a -3,5%. I futures sull’S&P 500 puntano a un’apertura in calo di quasi l’1%. Il petrolio viaggia verso i 113 dollari al barile. Il mondo si prepara a una settimana di escalation dopo l’ultimatum di Trump all’Iran sullo Stretto di Hormuz.

E poi, nel silenzio, qualcuno muove le pedine.

Alle 6:50 in punto, i terminali del CME (Chicago Mercantile Exchange, la più grande borsa di futures e opzioni al mondo) registrano uno spike improvviso e isolato nei volumi dei futures e-Mini sull’S&P 500. Contemporaneamente — e questa è la parte che conta — un’esplosione speculare di volumi sui futures del greggio WTI. L’analista finanziario Adam Cochran documenta su X, con screenshot dei flussi di ordine, la dimensione dell’operazione: 1,5 miliardi di dollari nozionali in futures ES acquistati in un singolo blocco. 192 milioni di dollari in futures CL venduti. Un volume da quattro a sei volte superiore a qualsiasi altra operazione registrata durante la chiusura precedente.

Non c’è catalizzatore visibile. Non c’è niente. Solo silenzio e un ordine mastodontico che compra azioni e vende petrolio.

Quindici minuti dopo, alle 7:05, arriva il catalizzatore.

Il post che ha mosso 1.700 miliardi

Donald Trump pubblica su Truth Social, in lettere maiuscole come da liturgia, che gli Stati Uniti e l’Iran hanno tenuto “conversazioni molto buone e produttive” negli ultimi due giorni riguardo a “una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità”. Annuncia la sospensione per cinque giorni di ogni attacco contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane.

L’effetto è istantaneo. I futures sull’S&P 500 schizzano del +2,7% in pochi minuti. Il Dow Jones proietta un’apertura a +1.100 punti. Il greggio WTI crolla sotto i 90 dollari al barile — una discesa del 10% in una singola sessione, il crollo più netto dal 10 marzo. Il Brent scende sotto i 100 dollari per la prima volta da undici giorni. I rendimenti dei Treasury crollano. Il dollaro si indebolisce. La volatilità rientra. Secondo Fortune, il cambio repentino dei prezzi ha generato circa 1.700 miliardi di dollari di valore di mercato in pochi minuti.

Chi ha comprato futures sull’azionario e venduto futures sul petrolio alle 6:50 ha incassato, in quindici minuti, profitti che la maggior parte dei fondi non realizza in un trimestre.

La smentita iraniana e lo schema che si ripete

Meno di un’ora dopo il post di Trump, Teheran nega tutto. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, dichiara che non c’è stato alcun dialogo diretto o indiretto con Washington. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf va oltre, accusando Trump di usare “fake news per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e sfuggire alla palude in cui Stati Uniti e Israele sono intrappolati”. L’agenzia Fars parla di “guerra psicologica”.

Ecco il punto strutturale: non importa se i negoziati siano reali. I mercati si sono mossi. E chi sapeva che quel post sarebbe arrivato — o anche solo chi aveva ragionevole certezza della sua imminenza — ha potuto operare con un vantaggio informativo che nessun modello algoritmico può replicare.

CNBC ha confermato che il movimento di volumi delle 6:50 è stato reale, isolato, e privo di qualsiasi catalizzatore esterno. FXStreet aggiunge un dettaglio che trasforma il sospetto in schema: questo non è un evento isolato. Uno schema identico è stato rilevato con un precedente annuncio a inizio marzo, anch’esso rivelatosi infondato, che aveva prodotto analoghi movimenti di prezzo. La stessa fonte nota che “circolano voci secondo cui posizioni enormi sono state prese sul mercato nei minuti precedenti il rilascio della dichiarazione di Trump su Truth Social” — e che ciò è accaduto “analogamente all’ultima volta”.

Non un incidente. Un metodo.

L’ecosistema del conflitto d’interesse

Per comprendere la gravità di quanto accaduto, bisogna guardare l’ecosistema in cui si muove questa presidenza e i suoi legami strutturali con le piattaforme dove queste operazioni trovano il loro terreno più fertile.

Public Citizen, organizzazione di vigilanza con oltre un milione di sostenitori, ha inviato una lettera formale alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) chiedendo un’indagine per insider trading. La lettera documenta scommesse sospette piazzate sulle piattaforme di prediction market Polymarket e Kalshi pochi istanti prima dell’attacco del 28 febbraio — quello che ha dato inizio alla guerra. Scommesse molto sostanziose, piazzate all’ultimo momento, su esiti che solo chi disponeva di informazioni riservate poteva prevedere con quel grado di precisione.

Un account Polymarket dal nome eloquente — “NOTHINGEVERFRICKINGHAPPENS” — aperto a fine febbraio, ha piazzato due scommesse iniziali: 7.600 dollari sull’attacco all’Iran entro il 28 febbraio e 11.283 dollari su un attacco entro il primo marzo. Ha vinto oltre 85.000 dollari. Lo stesso account sta ora scommettendo 8.005 dollari su un cessate il fuoco entro il 31 marzo e 15.614 dollari su un cessate il fuoco entro il 15 aprile. Al momento della segnalazione, quelle due scommesse avevano già generato oltre 30.000 dollari di guadagno.

Non è un trader fortunato. È un pattern.

E il pattern si inserisce in una rete di conflitti d’interesse che Public Citizen ha documentato con precisione: Donald Trump Jr. è advisor — retribuito — di Kalshi, e advisor non retribuito di Polymarket. La Trump Media ha lanciato “Truth Predict” in partnership con Crypto.com, una propria piattaforma di prediction market. In altre parole, la famiglia del Presidente degli Stati Uniti è strutturalmente inserita — come investitore, advisor e proprietario di piattaforma — nell’industria che permette di scommettere sugli esiti delle decisioni prese dal Presidente degli Stati Uniti.

Non esiste precedente nella storia finanziaria moderna per un conflitto d’interesse di questa portata.

TACO: la guerra come prodotto finanziario

Wall Street ha coniato un acronimo per descrivere il metodo Trump: TACO — Trump Always Chickens Out. Il termine, nato dalla penna del Financial Times, descrive il ciclo ormai codificato: minaccia catastrofica, panico di mercato, retromarcia improvvisa, rally di sollievo. Chi compra il dip — chi acquista nel momento del panico — ha guadagnato sistematicamente a ogni iterazione. Dai dazi del Liberation Day alla minaccia sulla Groenlandia, ogni crisi fabbricata ha prodotto lo stesso schema: distruzione di valore, ricostruzione, trasferimento di ricchezza.

Fortune nota tuttavia una differenza cruciale nel caso iraniano: “ci vogliono due per fare un TACO”. Trump non può unilateralmente terminare la guerra come poteva ritirare sanzioni. Serve la controparte. E la controparte nega persino che il dialogo esista.

Ma per i mercati, questa distinzione è irrilevante. Il Dow Jones ha chiuso a +631 punti. L’S&P 500 ha registrato la migliore giornata dall’inizio della guerra. Il Brent è sceso sotto i 100 dollari. La sola dichiarazione — vera o falsa che fosse — ha generato il movimento. E chi sapeva che sarebbe arrivata ha operato di conseguenza.

Questa è la frontiera più avanzata della finanziarizzazione della guerra. Non servono più i profitti dell’industria bellica o i contratti di ricostruzione. Basta l’informazione. Un post su un social media proprietario, scritto alle 7:05 del mattino di un lunedì, da un presidente che è contemporaneamente azionista della piattaforma su cui pubblica, advisor dell’industria che scommette sugli esiti delle sue decisioni, e comandante in capo di una guerra che può esplodere o diminuire d’impatto con un singolo paragrafo in maiuscolo.

Le domande che nessuno pone

La CFTC, l’organo che dovrebbe regolamentare tutto questo, ha un solo commissioner operativo — il presidente Michael Selig — perché l’amministrazione non ha ritenuto necessario nominarne altri. La SEC non si è pronunciata sugli spike anomali dei futures. Il Congresso non ha convocato audizioni.

Le domande che restano aperte sono semplici e devastanti:

Chi ha piazzato l’ordine da 1,5 miliardi di dollari alle 6:50 del mattino? Chi, nello stesso momento, ha venduto 192 milioni di dollari in futures sul greggio? Chi aveva accesso alla bozza del post di Truth Social prima della sua pubblicazione? Chi, nell’entourage presidenziale, conosceva il contenuto e la tempistica dell’annuncio? Quante persone avevano bisogno di saperlo perché l’informazione raggiungesse un desk di trading?

E soprattutto: se lo schema si è ripetuto — identico — rispetto a un precedente annuncio di inizio marzo, perché nessuna autorità di regolamentazione ha aperto un’indagine?

La risposta è forse la parte più rivelatrice dell’intera vicenda. In un sistema in cui il presidente è simultaneamente il motore della volatilità, l’emittente dell’informazione, il proprietario della piattaforma di comunicazione e il beneficiario indiretto dell’ecosistema che monetizza quella volatilità, non esiste un’istituzione indipendente con l’autorità e la volontà politica di indagare.

Conclusione: la materia prima è il caos

Lunedì 23 marzo 2026 Wall Street ha celebrato un respiro di sollievo. Ma non è per la pace — che non esiste, che l’Iran nega, che nessun mediatore ha confermato in termini operativi. Il sollievo è per il segnale che Trump, almeno, vuole una via d’uscita. Che il TACO funziona ancora. Che la guerra è gestibile, negoziabile, monetizzabile.

Per gli operatori di mercato, questo è sufficiente. Per chiunque altro — per le popolazioni sotto le bombe, per le economie asiatiche che non possono più importare petrolio dal Golfo, per i consumatori europei che pagano il diesel quasi un euro in più rispetto a un mese fa — la domanda è un’altra.

La domanda è: quante volte può un uomo fabbricare il panico, vendere il sollievo, e chiamare tutto questo “negoziato”?
Margherita Furlan.

15 aprile 2026

Instabilità

👇
Le “boutade” di Donald Trump – uomo che gira con la valigetta nucleare “ nuclear football “ attraverso cui il presidente potrebbe autorizzare il lancio di armi atomiche - fanno pensare a una sua instabilità psichica eppure gira con la nucleare football e nessuno negli USA interviene!!!! 

Boutade Trumpiane Raccolta parziale con fonti
Aggiornato al 10 aprile 2026

Giu 2015 
“Costruirò un muro e sarà il Messico a pagarlo” Lancio campagna 2016. Il muro è stato in parte costruito, ma pagato dagli USA. | [1] |
Gen 2016 
“Potrei sparare a qualcuno sulla Quinta Strada e non perderei elettori” | Comizio in Iowa, per sottolineare la fedeltà della sua base. | [2] |
Mag 201 “Covfefe” Tweet interrotto: “Nonostante la stampa negativa costante covfefe”. Diventato meme mondiale. | [3] |
Ago 2017
 “C’erano persone perbene da entrambe le parti” Dopo gli scontri di Charlottesville tra suprematisti bianchi e contro-manifestanti. | [4] |
Gen 2018
“Sono un genio molto stabile” Tweet in risposta a un libro che metteva in dubbio la sua salute mentale. | [5] |
Apr 2019
“Le pale eoliche causano il cancro” Comizio, riferendosi al rumore delle turbine. Nessuna evidenza scientifica |[6] |
Ago 2019
“Voglio comprare la Groenlandia” |Confermò di voler acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Cancellò una visita di Stato dopo il rifiuto. [7] 
Apr 2020
“Il disinfettante lo elimina il covid in un minuto. Possiamo fare qualcosa tipo un’iniezione?” Conferenza stampa sul Covid. L’FDA dovette avvisare di non iniettarsi candeggina. [8] 
Nov 2020
“Fermate il conteggio!” Tweet durante lo spoglio presidenziale, quando stava perdendo in alcuni Stati chiave. [9] 
Set 2024
“Stanno mangiando i cani, stanno mangiando i gatti” Dibattito con Kamala Harris, riferendosi a immigrati haitiani a Springfield, Ohio. Smentito da sindaco e polizia locale. [10] 
Feb 2025
 “Gaza potrebbe diventare la Riviera del Medio Oriente, di proprietà USA” Conferenza stampa con Netanyahu, proponendo che gli USA prendano il controllo di Gaza. [11] 
Mar 2025
“Il Canada dovrebbe diventare il 51º Stato americano” 
Dichiarato più volte in incontri con Trudeau e su Truth Social. [12] 
Giu 2025
“Spegnerò il telefono a Putin e la guerra finirà in 24 ore” Comizio, parlando della guerra in Ucraina. [13] 
Set 2025
“I migranti hanno portato le piattole nelle nostre città” Comizio in Pennsylvania. Nessuna prova a supporto. [14] 
Gen 2026
“Rinominiamo il Golfo del Messico in Golfo d’America” Firmato ordine esecutivo nei primi giorni del secondo mandato ma il mondo non ne ha tenuto conto [15] 
Mar 2026 
“Abbiamo bombardato 13.000 obiettivi” in Iran e “ne abbiamo altri 3.000 che vorremmo colpire” | Intervista al Financial Times su Operation Epic Fury. [16] 
Mar-Apr 2026
“Forse prendiamo l’Isola di Kharg, forse no… Potremmo prenderla ‘facilmente’” “ Intervista FT su opzioni USA nello Stretto di Hormuz. “ [16] 
Mar-Apr 2026 
“Abbiamo stimato che ci sarebbero volute 4-6 settimane per la missione, e siamo molto avanti” Riunione di gabinetto su Operation Epic Fury in Iran. [17] 
1 Apr 2026
“Siamo l’unico Paese al mondo ABBASTANZA STUPIDO da permettere la cittadinanza per nascita!” Post su Truth Social dopo udienze in Corte Suprema. [18] 
1 Apr 2026
“Se i colloqui falliscono li colpiremo durissimo e li riporteremo all’Età della Pietra” Discorso alla nazione in prima serata sull’Iran. [19] 
1-2 Apr 2026 
“Non resteremo lì molto più a lungo. Li stiamo facendo a pezzi ora” Intervista al NY Post su Iran. [20] 
1-2 Apr 2026
“La guerra contro l’Iran non durerà ‘molto più a lungo’ — lo Stretto di Hormuz si riaprirà ‘automaticamente’ dopo l’uscita USA” Intervista al NY Post. [20] 
Apr 2026 
“Abbiamo numerosi intercetti di iraniani che dicono ‘Per favore continuate a bombardare…’” Risposta a giornalista su perché bombardare l’Iran. [21] 
Apr 2026
“L’Iran potrebbe essere eliminato in una notte e quella notte potrebbe essere domani” Conferenza stampa con scadenza alle 20:00 EDT per aprire Hormuz. [22] 
Apr 2026
“Ogni ponte in Iran sarà decimato. Ogni centrale elettrica sarà fuori uso, in fiamme, esplosa” Minaccia su infrastrutture se lo Stretto resta chiuso. [22] 
Apr 2026 “Sono persone malate, davvero malate. Sinistre, malate.” Riferito alla leadership iraniana di ricambio. [22] 
3 Apr 2026 “Non possiamo occuparci di asili nido. Devono farlo gli Stati. Noi dobbiamo occuparci solo di protezione militare” Mentre proponeva $1.5 trilioni di budget militare per il 2027. [23] 
7 Apr 2026 
“Gli USA sospenderanno gli attacchi contro l’Iran per due settimane per i colloqui” Annuncio “cessate il fuoco a doppia faccia” dopo 1 mese di Operation Epic Fury. [19] 
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*Fonti*
[1-15] Archivio dichiarazioni pubbliche 2015-2025, fact-check principali testate internazionali.
 NY Post, 31 mar 2026: “Trump says deal will ‘probably’ be reached soon — or else he’ll blow up Iran”
 Reuters, 1 apr 2026: “UK equities surge nearly 2% as Trump says US may exit Iran war soon”
 NY Post, 1 apr 2026: “Trump stares down Supreme Court justices from front row seat at birthright citizenship case”
 USA Today, 2 apr 2026: “Trump tells Iran to make a deal 'before it is too late'” NY Post 1 apr 2026
 NY Post, 31 mar 2026: “Trump tells Post war against Iran won’t last ‘much longer’” “We’re not going to be there too much longer”
 The Poke, 7 apr 2026: “Donald Trump told a reporter that Iranians are begging him to keep bombing”
 NY Post, 1 apr 2026: dettagli minacce su infrastrutture e “eliminato in una notte”
 Dichiarazione 3 apr 2026 su budget militare, riportata da più agenzie.[16][17][18][19][20][21][22][23]

11 aprile 2026

Il petrolio reale

«La narrativa dominante tende a spiegare la brusca de-escalation americana come il risultato di fattori classici, quali resilienza del regime iraniano, costo crescente del conflitto, rischio di escalation incontrollabile fino al nucleare, oppure tensioni sui mercati obbligazionari statunitensi.
Tutti elementi plausibili. Ma probabilmente non decisivi.
Perché Washington ha dimostrato più volte di poter sostenere costi elevati, anche prolungati, e di saper gestire — almeno nel breve periodo — shock finanziari attraverso strumenti monetari straordinari.
La vera frattura potrebbe essere altrove. 

𝐏𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐨𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚: 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐋𝐈𝐎 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐄 𝐯𝐬 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐋𝐈𝐎 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐑𝐈𝐎
Nel momento più critico della crisi, si è aperta una divergenza strutturale tra il petrolio “cartaceo” (futures, derivati, benchmark finanziari) e il petrolio reale, quello fisicamente consegnabile. 
L’elemento chiave è stata la decisione dell’Arabia Saudita — attore centrale del mercato — di applicare un premio record sul proprio greggio rispetto ai benchmark finanziari.
Tradotto: i prezzi di mercato “ufficiali” hanno iniziato a perdere aderenza con la realtà fisica. 
𝐈𝐋 𝐌𝐄𝐒𝐒𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐈𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐑𝐈𝐘𝐀𝐃𝐇
Il segnale è stato estremamente chiaro, anche se non formalizzato: il sistema finanziario può continuare a scambiare petrolio “virtuale” in quantità teoricamente infinite. Ma l’accesso al petrolio reale richiede un prezzo diverso, determinato dal venditore, non dai mercati derivati. 
È un passaggio sottile, ma strategicamente dirompente.

𝐋’𝐈𝐌𝐏𝐀𝐓𝐓𝐎 𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄𝐌𝐈𝐂𝐎: 𝐈𝐋 𝐏𝐄𝐓𝐑𝐎𝐃𝐎𝐋𝐋𝐀𝐑𝐎 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐒𝐈𝐎𝐍𝐄
Questo meccanismo mette in discussione uno dei pilastri dell’ordine economico gl obale:  il sistema “petrodollaro”. Per decenni, il petrolio è stato prezzato e scambiato in dollari, i surplus dei paesi produttori sono stati reinvestiti in US Treasuries, e, in ultimo,il mercato energetico ha funzionato come assorbitore globale della liquidità emessa dalla Federal Reserve. 
Un equilibrio che ha permesso agli USA di sostenere deficit strutturali senza crisi immediate.
𝐐𝐔𝐀𝐋’𝐄’ 𝐈𝐋 𝐑𝐈𝐒𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐖𝐀𝐒𝐇𝐈𝐍𝐆𝐓𝐎𝐍?
Qualora il prezzo del petrolio reale sfugga al controllo dei mercati finanziari, si ridurrebbe la capacità di indirizzare e stabilizzare i flussi globali di capitale, si incrina il meccanismo di riciclo dei petrodollari, e si aprirebbe la possibilità che i produttori inizino a determinare autonomamente prezzi e condizioni. 
Non è solo un problema energetico. È un problema di potere sistemico. 

L𝙀𝙏𝙏𝙐𝙍𝘼 𝘼𝙇𝙏𝙀𝙍𝙉𝘼𝙏𝙄𝙑𝘼 𝘿𝙀𝙇𝙇𝘼 𝘿𝙀-𝙀𝙎𝘾𝘼𝙇𝘼𝙏𝙄𝙊𝙉
In questa lettura, la frenata americana in Iran non appare come debolezza militare, ma come ritirata strategica preventiva per evitare una frattura irreversibile del sistema finanziario globale. Perché oltre una certa soglia, il rischio non è più perdere una guerra regionale.
È perdere il controllo dell’architettura economica che sostiene la proiezione di potenza americana.
Se questa ipotesi è corretta, allora il vero evento non è la fine (temporanea) della crisi con l’Iran. È il fatto che, quasi senza dichiarazioni ufficiali, il mercato del petrolio abbia iniziato a sottrarsi alla sua dimensione puramente finanziaria.
E quando il prezzo dell’energia torna ad essere deciso dal produttore — e non dal sistema — non cambia solo il mercato. Cambia l’equilibrio del potere globale.» #FrancescoFerrante

09 aprile 2026

Il più grande furto fallito

𝗜𝗟 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗙𝗨𝗥𝗧𝗢 𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔. 𝗙𝗔𝗟𝗟𝗜𝗧𝗢

𝗱𝗶 𝗧𝗮𝗵𝗮𝗿 𝗟𝗮𝗺𝗻𝗶

Proviamo a raccontare questa storia dall'inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.

Un F-15E americano viene abbattuto sopra l'Iran. I due membri dell'equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.

Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 americani - aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio - vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell'Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l'interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.

A 35 chilometri da quella pista c'è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un'ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell'AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell'Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere "alta fiducia" nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l'uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.

I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L'uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 kg ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un'ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza.

Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l'accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva dichiarato pubblicamente, settimane prima, di voler "esfiltrare" l'uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.

La tv iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d'identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell'US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale americano con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 km dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull'identità del pilota "salvato", che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia.

Poi c'è il dettaglio più brutale di tutti: all'interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un'autodistruzione controllata - la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito - prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c'è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto "nessun americano ferito o ucciso".

Il ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l'operazione "potrebbe essere stata" una copertura per rubare l'uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato - non un'accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano - che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan?

L'Iran chiama questo evento la "seconda Tabas" riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e 8 soldati morti. Allora come oggi: aerei americani distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi.

La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare.

Se tutto questo è vero - e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti - siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: un tentativo americano di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento - Amanda M. Ryder - che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire.

Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano.
Ferdinando Caputo

19 febbraio 2026

Sea Watch risarcita

Un blocco della nave costato 76 mila euro. Lo Stato italiano dovrà risarcire la ong Sea Watch per il fermo "illegittimo" dell'imbarcazione umanitaria capitanata da Carola Rackete, la Sea Watch 3, che il 29 giugno del 2019 ha forzato il divieto di sbarco facendo attraccare oltre 40 migranti a Lampedusa. Erano i tempi della "politica dei porti chiusi" con Matteo Salvini al Viminale.

La decisione arriva dal tribunale di Palermo, che ha optato per un risarcimento delle spese patrimoniali comprese tra ottobre e dicembre di quell’anno: una serie di costi sostenuti fra quelli legali, portuali, di agenzia e il carburante per mantenere la nave attiva. “Il risarcimento a Sea-Watch dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt'altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti”, è il commento della portavoce dell’ong, Giorgia Linardi. Che poi prende di mira Palazzo Chigi: “Mentre sulle navate italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo, invece di lavorare per evitare tragedie future, individua ancora una volta nelle ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall'altra parte. C'è chi la chiama arroganza e chi giustizia".
L'Espresso 

12 febbraio 2026

La legge del male

LA LEGGE DEL MALE 

(Da Il Manifesto)
Blocco navale indiscriminato per tutte le navi che soccorrono i profughi in mare. 
Forte del nuovo corso Ue, Meloni vara le sue norme bandiera anti migranti, peggiori anche dei decreti Salvini. 
Protestano solo le Ong, che rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni.

BLOCCO NAVALE DELLE ONG, LA DESTRA TORNA ALLA CARICA 

Il Cdm ha approvato il disegno di legge con le nuove, ennesime, misure anti-migranti. All’articolo 12 torna il «blocco navale» che la premier Giorgia Meloni aveva a lungo evocato dai banchi dell’opposizione. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno», recita il testo.

L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi di salviniana memoria, quelli del Conte 1, sono declinati con una serie di circostanze ancora più vaghe ed estese che lasciano all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Anche perché il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. E nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni.

COME QUESTO possa essere compatibile con il divieto di respingimento collettivo non è chiaro. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza o trattenimento. L’Albania evidentemente, ma domani magari la Tunisia o altri Stati che si prestino al gioco.

Per le ong sarà difficile dare seguito a queste indicazioni senza tradire la loro missione umanitaria, già ieri hanno rilasciato dichiarazioni in questo senso. E c’è da scommettere che si apriranno contenziosi giuridici a diversi livelli. Probabile che il governo ci conti per accumulare consenso sui futuri scontri politici e alimentare la retorica dei nemici interni che ostacolano la difesa dei confini. Per le navi che dovessero disobbedire scatterà, sul modello del decreto anti-ong di Piantedosi, prima una multa tra 10mila e 50mila euro e poi direttamente la confisca del mezzo. Game over.

DUE TERZI DEL DDL riguardano le disposizioni per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Tra le tante misure tecniche per preparare l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, alle quali si legano diverse modalità di privazione della libertà personale e l’assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche, colpiscono i passaggi sul «trattenimento del minore straniero e del minore straniero non accompagnato». Un altro segnale del degrado in cui sono piombate Italia ed Europa. Come tutte le mostruosità giuridiche anche questa viene riservata, per iniziare, a «circostanze eccezionali».

Sono confermate la stretta sulla protezione complementare, per abbattere i rilasci di permessi di soggiorno ai migranti che dimostrano un inserimento socio-lavorativo, e quella sui ricongiungimenti familiari. Diventano più stringenti i requisiti reddituali e alloggiativi, sono esclusi i figli maggiorenni e i genitori, anche se a carico. Per questo governo la famiglia è importante, ma solo se italiana. Uguale per i ragazzi: quelli stranieri dovranno lasciare il centro di accoglienza al massimo entro i 19 anni, prima potevano restare fino a 21 se il tribunale dei minori lo riteneva utile a proteggerli e favorirne il percorso di crescita.

PER LA PRIMA VOLTA, su spinta della Corte costituzionale, viene introdotta una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. All’interno delle strutture «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale», dice il ddl. Sarebbe il minimo, ma dovrebbe essere vero: saremmo già un passo avanti. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari (dovranno essere «incardinati» nell’ufficio, escludendo così professionisti legali e sanitari necessari ad accertare le violazioni dei diritti).

Il ddl introduce poi una serie di reati per cui i giudici hanno l’obbligo di espellere i migranti: intimidazioni con armi da fuoco; delitti contro l’assistenza familiare; furto; reati informatici; violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale aggravata (contestata spesso in occasione delle manifestazioni di piazza). Anche in questi casi, comunque, resteranno i motivi di inespellibilità previsti dal testo unico immigrazione.

ALLA FINE è saltata la «norma Almasri» sulla consegna di uno straniero allo Stato di appartenenza in caso di «pericolo per la sicurezza nazionale» o «compromissione delle relazioni internazionali». Secondo il governo la decisione andava considerata un atto politico, dunque insindacabile dai giudici. Il Colle aveva sottolineato possibili contrasti con i trattati internazionali già quando la norma era comparsa nel decreto legge, deve aver insistito perché è sparita anche dal ddl.

Giansandro Merli

20 gennaio 2026

Invaderà anche la Norvegia?

Invaderà anche la Norvegia?
Michele Serra
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori. Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane. Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente. So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.

27 novembre 2025

Canarie nella black-list

Le Canarie sono entrate nella "lista dei paesi da non visitare" nel 2026

Abbiamo appreso che le Isole Canarie sono state inserite da Fodor's Travel nella famosa “Fodor’s No List 2026”, la lista delle destinazioni che il portale consiglia di non visitare nell’anno prossimo. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Fodor's Travel è una delle più note e longeve realtà dedicate alle guide e alle informazioni di viaggio a livello mondiale. Parliamo di un portale molto seguito dagli appassionati di viaggi, fondato nel 1949 da Eugene Fodor, che oggi può contare su oltre 700 scrittori ed esperti locali in tutto il mondo per produrre guide dettagliate e aggiornate. In Italia non è molto popolare, ma nel mondo anglofono, nel nord Europa e in Asia è considerato un riferimento. Insomma, un sito che può davvero influenzare l’opinione pubblica.

La “Fodor’s No List 2026” non nasce per boicottare il turismo o “vietare” certi luoghi, ma per mettere in evidenza le destinazioni dove l’overtourism sta diventando un problema serio. E quest’anno tra queste ci sono finite anche le Isole Canarie. Sul portale è comparso un lungo articolo che spiega nel dettaglio le ragioni di questa scelta.

Riassumiamo i punti principali

Le Canarie — da Tenerife a Fuerteventura — sono amate per il clima perfetto, la movida, la gastronomia e i paesaggi da catalogo. Sono mete ideali sia d’estate che d’inverno. Proprio questo, però, le sta portando a soffrire di overtourism. Solo nella prima metà del 2025 l’arcipelago ha registrato 7,8 milioni di visitatori, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Cosa comporta questo per chi vive qui? Prezzi alle stelle, affitti ormai fuori portata e un’enorme pressione ambientale. La “normalità” quotidiana dei residenti è sempre più a rischio, al punto che sono nate proteste e manifestazioni con lo slogan “Canarias tiene un límite”.

Il turismo, certo, continua a essere una fonte di reddito per molti, ma per chi non lavora nel settore sta diventando soprattutto un peso e un limite. L’associazione ambientalista ATAN (Asociación Tinerfeña de Amigos de la Naturaleza) ha spiegato: “Stiamo perdendo la nostra identità, la nostra cultura e, in definitiva, il nostro diritto a esistere come comunità. Il turismo è diventato illimitato, orientato alla massa e in gran parte low-cost, un turismo di massa che non viene per scoprire realmente le isole, ma per consumare un finto scenario”.

Ci sarà un impatto sul turismo?

Entrare nella lista delle mete sconsigliate di Fodor avrà conseguenze sui flussi turistici? Difficile immaginare un crollo delle presenze, ma qualche effetto ci sarà. La maggior parte delle persone non si lascia influenzare da questi avvisi, ma una minoranza più attenta ai temi ambientali e sociali — molto in voga negli ultimi anni — potrebbe effettivamente scegliere altre destinazioni. Di certo non è una gran pubblicità per l’arcipelago come meta turistica.

19 novembre 2025

L’Italia si sta spegnendo



L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.

I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.

Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.

Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.

Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.

La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.

Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.

L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.

A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”

No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.

La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.

Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.

E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato  posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.

Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.

L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.

Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.

E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.

E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.

Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.

Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda."

(Da Timostene, utente SandroR- su X)

09 novembre 2025

Arriva il gelato a Montecitorio

Sei milioni di italiani non possono curarsi, 1,5 milioni in più dell’anno prima (dati ISTAT). L’Italia è il peggior Paese dell’Eurozona per calo dei salari reali dal 2021 (-7,5%). Il governo Meloni decide di dare l’85% delle risorse del taglio Irpef ai più ricchi.

Intanto, alla Camera, su richiesta dei deputati, si installano un banco frigo per la vendita di di gelato artigianale per migliorare la qualità della pausa parlamentare. Tutto deciso nei minimi dettagli: i gusti saranno sei, a rotazione in base alla disponibilità e serviti in coppetta.

Un’inezia rispetto a tanto malgoverno.
Ma indizio tragicomico di una classe politica completamente scollegata dai problemi del popolo.

23 ottobre 2025

Vietato criticare Meloni

La perorazione e lo sconcerto di Romano Prodi e Tiziano Treu non hanno smosso di un millimetro la neo segretaria Cisl Daniela Fumarola. Né l’appello accorato di due “padri” del sindacato come Giorgio Benvenuto e Savino Pezzotta, ex segretari Uil e Cisl.

Niente da fare, lei tira dritto: lo studioso Francesco Lauria, pezzo pregiato del Centro studi nazionale Cisl di Firenze, saggista esperto di mercato del lavoro, resta sotto provvedimento disciplinare, e procede dritto verso il licenziamento.

Lauria ha fatto una cosa che in Cisl non si può più fare: criticare il governo di Giorgia Meloni. Tanto meno ora che è il sindacato di rifermento di palazzo Chigi.

Il casus belli è la nuova edizione di un vecchio libro, La lunga marcia della Cisl 1950-2010, di Guido Baglioni, professore alla Bicocca di Milano e grande esperto di relazioni industriali. La casa editrice della Cisl, Edizioni Lavoro, decide di ripubblicarlo. Lauria riceve l’incarico di affiancare il professore nell’aggiornamento.

Solo che «alla consegna della bozza», racconta, «alcune minime critiche al governo Meloni, peraltro nella parte del libro scritta da Baglioni e non da me, hanno fatto sì che la pubblicazione non venisse stampata». I due “bonificano” il testo. Ma finisce a carte bollate fra Lauria e Ignazio Ganga, segretario confederale, che gli annuncia la richiesta di pignoramento della casa per danni d’immagine.

Al ricercatore arriva un procedimento disciplinare, il 15 settembre, corredato di 25 contestazioni. Segue chiarimento con i vertici Cisl. Arriva un altro procedimento – il 7 ottobre – con «sospensione cautelativa» dal lavoro e divieto di accesso alle sedi sindacali, e 21 nuove contestazioni, ricavate in gran parte da articoli e riflessioni.

Leggi l'articolo integrale di Daniela Preziosi sul nostro sito

04 ottobre 2025

Perché nessuno critica Israele

Se c’è una cosa che i governi occidentali, Italia inclusa, sembrano voler evitare con ogni mezzo è uno scontro diretto con Israele. Anche quando l’evidenza dei fatti — dai bombardamenti su Gaza agli attacchi alle missioni umanitarie — renderebbe legittime domande scomode, la reazione ufficiale resta cauta, sfumata, o del tutto silente. Non è solo una questione di geopolitica o di rapporti storici. È anche — e forse soprattutto — una questione di infrastrutture digitali. Perché negli ultimi vent’anni, Israele è diventato la “cassaforte informatica” dell’Occidente: è nei software israeliani che girano, si archiviano e si proteggono alcune delle informazioni più sensibili di governi, ministeri, forze dell’ordine e servizi segreti europei. Una sorta di "scatola nera", insomma.

Israele ha costruito nel tempo un ecosistema tecnologico militare unico al mondo, frutto dell’intreccio tra università, esercito e intelligence. È dal reparto di élite del Mossad per la cyber–intelligence, considerata la “Silicon Valley della guerra digitale” che provengono molto spesso fondatori e dirigenti di decine di startup e colossi dell’hi-tech che sviluppano strumenti di sorveglianza, intercettazione, profilazione e controllo dei dati venduti ai governi occidentali sotto forma di “sicurezza nazionale”.

Senza dimenticare poi quei software capaci di trasformare un semplice smartphone in un microfono permanente senza lasciare traccia (numerosi giornalisti italiani e non, ne sanno qualcosa). Fatti che dimostrano al mondo quanto sia sottile il confine tra protezione e spionaggio. Dopo i recenti scandali, il problema non è scomparso: è solo diventato più invisibile.

Ci sono Paesi che usano prodotti israeliani per gestire dati classificati. Se volessero, gli israeliani avrebbero la mappa completa delle vulnerabilità digitali dell’intero continente europeo. Non è detto che lo facciano, ma è tecnicamente possibile. E questo basta e avanza per tenere tutti i governi occidentali in silenzio.

L'Espresso 

03 ottobre 2025

Sciopero

Non so voi, ma io comincio ad essere stanchino, per usare un eufemismo, di tutti quelli che in queste ore danno lezioni non richieste ai sindacati, e per estensione ai cittadini, su come, quando e perché si deve scioperare.

Dalla Presidente del Consiglio all’ultimo frescone da bar.

C’è quello che ti dice che “scioperando dai fastidio alle persone comuni, non a chi ci governa”. 

Vi do una notizia: uno sciopero DEVE creare disagio. Deve disturbare, urticare, con lo scopo preciso di portare all’attenzione dell’opinione pubblica un’ingiustizia e indicarne i responsabili affinché si risvegli una coscienza collettiva. Non è difficile.

C’è quello che “eh, ma perché non scioperate sui salari, sul lavoro, sulla sanità?”

Scioperiamo anche sui salari, anche sul lavoro, anche sulla sanità. E no, l’una non esclude le altre. I diritti non si sottraggono, più ne hai più facilmente ne ottieni altri. 

C’è quello che “nessuno pensa agli italiani”, e sono gli stessi che in queste ore vorrebbero vedere i nostri connazionali della Flotilla in un carcere israeliano a pane e acqua.

C’è addirittura la Presidente del Consiglio che si permette di insultare i lavoratori: “Non vogliono fare la rivoluzione, solo il weekend lungo”.

Le consiglio di studiare la Costituzione e in particolare l’articolo 40, che riconosce il diritto fondamentale dello sciopero e no, non specifica il giorno in cui si può scioperare. E di sicuro non tocca a lei stabilirlo.

C’è l’aspirante sindacalista che ti dice come si fa uno sciopero, quando si deve fare, in che modo, con quali rivendicazioni, e non è sceso in piazza neanche quando ci toglievano l’Articolo 18.

Che vi piaccia o meno, c’è un pezzo enorme e maggioritario di Paese (oltre 7 italiani su 10) che condivide le ragioni della Global Sumud Flotilla e milioni di italiani che domani sciopereranno, rinunceranno allo stipendio, bloccheranno tutto, pacificamente ma in modo fermo.
E tutto questo non per difendere un’idea astratta ma il diritto di liberi cittadini italiani di compiere una missione umanitaria disarmata e disarmante senza essere sequestrati e detenuti illegalmente da un governo criminale al di fuori da ogni diritto internazionale.

E se questa non vi sembra una ragione valida per scioperare, il problema non è lo sciopero.

Siete voi.

Lorenzo Tosa

22 settembre 2025

l'Italia non riconosce la Palestina

Questa notte all’assemblea delle nazioni unite tutto il Sud del Mondo riconoscerà la Palestina. La proposta viene da due storici alleati di Israele, Francia e Arabia Saudita. Sì, anche i gli Stati Arabi, che Trump aveva convinto a firmare con Tel Aviv i Patti di Abramo, voteranno a favore. E lo faranno Regno Unito, Canada, Australia, Spagna, Portogallo, Irlanda la maggioranza dei paesi europei, i quattro quinti del Consiglio di Sicurezza. 

Non l’Italia di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini. Che in queste stesse ore innalzano un peana all’America razzista, che odia le donne e le diversità sessuali, che toglie dai musei le immagini degli schiavi e delle loro cicatrici, che perseguita migranti e studenti palestinesi, licenzia chiunque abbia lavorato in organizzazioni per l’aiuto ai paesi poveri, ai poveri d’America, allo minoranze, che caccia giudici colpevoli di aver indagato Trump, o chi si occupa di riscaldamento globale e ugiaglianza. 

Riconoscere la Palestina non vuol dire credere alla soluzione dei Due Stati: Israele di fatto già già annesso la Cisgiordania, recintato Gerusalemme solo a uso degli ebrei, distrutto ogni casa della Striscia per trasformarla in un osceno resort di lusso sulla terra dove sono sepolti decina di migliaia di bambini, madri, medici, giornalisti palestinesi. Riconoscere le Palestina vuol dire che nella terra dal Giordano al Mediterraneo, la terra che una favola biblica, priva di riscontri storici, dice che Dio l’avrebbe promessa al “popolo eletto”, vivono oggi 7 milioni e mezzo di israeliani e 7 milioni e mezzo di palestinesi. E questi ultimi hanno lo stesso diritto di restarci, liberi.

Per questo Israele e Stati Uniti vanno su tutte le furie. Sostengono che quei 7 milioni e mezzo, che quei bambini palestinesi -non i guerriglieri di Hamas, misteriosamente sopravvissuti a 2 anni di stragi- siano non umani. Esseri nocivi da cacciare, da rinchiudere e lasciar morire in qualche deserto dell’Africa. Perché Tel Aviv ha stracciato gli accordi di Oslo e la stretta di mano tra Rabin e Arafat. L’ha stracciata il 4 novembre 1995, quando un colono ebreo -si diceva allora “estremista”- uccise Rabin e Netanyahu cominciò la sua ascesa. E poi, più di recente, quando Trump ha stracciato il tenue legame, se volete la foglia di fico, che legava gli USA al diritto internazionale e al senso stesso delle Nazioni Unite. La soluzione finale - uso il termine che i nazisti inventarono per il problema ebraico- la soluzione finale del problema palestinese è la levatrice del  mondo che potrebbe essere. Del non diritto. Dove si professa la legge del più forte. Si invadono stati come l’Ucraina, si afferma che quelle nazioni non siano mai esistite. Si impongono dazi e si annettono “terre rare”. Si prova a convincere l’opinione pubblica che Pace è Guerra, cioè viene  prima la Guerra e detta la Pace. 

La scelta è semplice. Non è disperata. Perché la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini sulla terra condanna Israele e Stati Uniti. Perché i loro governi non sono mai stati tanto isolati. Perché bambini e persone di buona volontà non vorrebbero mai che un tiratore da un tetto uccida Charlie Kirk per le sue idee. E chiunque abbia letto e pensato rifiuta il mondo di Charlie Kirk. In cui le donne nere sono meno intelligenti. Dove chi non si accoppi, maschio e femmina, nella posizione del missionario offende Dio più di chi ammazza. E le armi da guerra è giusto che si vendano al supermercato. Ed è sacra la proprietà dei ricchi e un dono di Dio la povertà di povero. Un mondo in cui ricerca, scienza, dati, spazio siano solo privati.

07 settembre 2025

Il calvario di Francesca Albanese

Poco fa, in una conferenza stampa in Senato organizzata da Avs, Francesca Albanese ha raccontato cosa significhi davvero essere colpita da sanzioni dal Paese più potente al mondo.

È un racconto da brividi, che Meloni e Tajani dovrebbero ascoltare dall’inizio alla fine e magari provare un po’ di vergogna per il loro silenzio.

“Non posso nemmeno aprire un conto corrente bancario, dunque non posso fare quasi niente. Sono rientrata a Napoli per ragioni familiari e, non avendo una carta di credito, non ho potuto nemmeno affittare un’auto. 
Sono costretta a girare con i contanti. 

Sono accusata di essere una minaccia per l'economia globale. 
Questo significa che le persone che hanno rapporti con me, in particolare dal punto di vista finanziario, possono essere soggette a sanzioni penali e pecuniarie fino a un miliardo e a 20 anni di carcere!
Significa, per esempio, che mia figlia, che è cittadina statunitense, è tecnicamente passibile di arresto per avermi comprato un caffè.

Questo ha creato il gelo intorno a me, non per mancanza di fiducia ma per l'atteggiamento di minaccia dell'amministrazione Usa.

Questa nei miei confronti è una modalità punitiva e persecutoria.

Non è solo un attacco a me, è un attacco alle Nazioni Unite, ed è per questo che servono i governi, il mio innanzitutto.
Eppure nessun membro del governo italiano mi ha chiamato per esprimermi solidarietà. Altri governi lo hanno fatto, non quello italiano. 

Se sono sorpresa? In un ordinamento costituzionale ci si aspetta che l'organo preposto a difendere la Costituzione si pronunci su un provvedimento senza precedenti come questo. Spero che gli italiani si rendano conto di quello che sta succedendo in questo Paese”.

Neanche di fronte a una propria connazionale - tra l’altro di questo livello e spessore - che subisce quello che sta subendo Francesca Albanese nell’esercizio delle sue funzioni di relatrice Onu, neanche di fronte a queste parole il governo ha un sussulto di dignità.

Cosa deve subire ancora Francesca Albanese perché il governo italiano la difenda?

Vicinanza umana e morale a questa grande donna, che per mesi ha retto quasi solo sulle proprie spalle la dignità dell’Italia nel mondo sugli orrori di Gaza. 

Non lasciamola sola.

25 agosto 2025

Non è una proposta è un ricatto.

Ogni giorno un leghista si alza e sa che dovrà spararla più grande del giorno prima.

Questa volta è il turno del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, quello per intenderci che voleva intitolare a Latina una piazza a Mussolini. 

E che oggi annuncia in pompa magna: 

“Abbasseremo le pensioni a 64 anni per tutti! Lo avevamo promesso e lo faremo!” 

E uno dotato di un briciolo di senno si chiede: Come? Dove? In che modo?

Semplice: Con i nostri TFR, che nella brillante idea di Durigon saranno usati su base volontaria come una specie di rendita per raggiungere la soglia minima pensionistica.

Come non averci pensato prima? 

In pratica, la pensione secondo i leghisti ce la pagheremmo da soli, con soldi nostri che sarebbero destinati alla liquidazione e abbassando così magicamente l’età pensionabile.

In pratica, ti tolgono qualunque buonuscita, ma “ehi… grazie a noi vai in pensione prima”.

Non è un proposta. È un ricatto.

E hanno pure il coraggio di rivendicarla come una grande “promessa mantenuta”.

Questi erano quelli che dovevano abolire la legge Fornero e sono finiti per proporre un legge che è dieci volte peggio e cento più ipocrita. 

La madre di tutte le supercazzole.

E la cosa drammatica è che milioni di italiani se la bevono pure.

15 agosto 2025

una flotta per Gaza

A fine mese, il 31 agosto, salperà dalla Spagna la più grande flotta di navi mai organizzata per rompere l’assedio di Gaza.

Con a bordo anche - di nuovo - l’attivista svedese Greta Thunberg.

Non una sola imbarcazione ma decine di navi coordinate dalla Global Sumud Flotilla con un obiettivo chiaro: portare tonnellate di cibo e aiuti umanitari alla popolazione di Gaza bombardata, affamata e segregata.

E altre navi si uniranno dalle coste tunisine e da altri porti lungo la rotta, per quello che si annuncia come la più grande missione di salvataggio via mare mai messa in campo per Gaza. 

“Non si tratta di una semplice missione ma di una rivolta globale, un movimento di solidarietà internazionale” ha detto Saif Abukeshek della Marcia Globale per Gaza. 

Tutti gli attivisti che hanno cercato sin qui di rompere l’assedio sono finiti per essere raggiunti dall’esercito israeliano ad armi spianate, fermati, sequestrati, incriminati, deportati.

Questa volta Netanyahu dovrà fermare una flotta intera.